GLI AFFRESCHI NELLA NAVATA CENTRALE DELLA BASILICA PALEOCRISTIANA DI SAN CLEMENTE

Dal nartece si accede alla navata centrale attraverso un passaggio tra i due affreschi ora descritti. Se essa appare piccola e delude la nostra aspettativa, ciò è dovuto al fatto che la maggior parte della sua altezza è stata assorbita dalla basilica superiore e dal fatto che la larghezza è stata ristretta dalla fondazione di pietrame costruita nel 1100 per sostenere il colonnato della navata destra superiore. La navata centrale in realtà si estendeva oltre questa parete, fino alla seconda parete di pietre che ora sostiene il muro perimetrale della Chiesa sovrastante. Il limite sinistro della navata non ha invece subito variazioni perché la nuova navata sinistra corrispondente a via di San Giovanni in Laterano poggia esattamente su quella più antica, con la linea di colonne del IV secolo murata anch'essa per costituire un sostegno per il nuovo colonnato del XII secolo.

Naturalmente l'aspetto attuale della navata non guadagna in bellezza per la presenza dei supporti in mattone che furono eretti nel 1870, ma bisogna tener presente che essi sono indispensabili: sostituiscono infatti il riempimento su cui la basilica superiore aveva poggiato dal 1100 fino alla coraggiosa impresa del padre priore Mulloly.

Immediatamente a sinistra entrando dalla parte del nartece si trova il famoso e molto discusso affresco della Ascensione o della Assunzione. San Vito sta dritto a destra della scena e a sinistra si trova un ritratto di Papa Leone IV: l'aureola quadrata sul suo capo indica che l'affresco fu dipinto mentre egli era ancora in vita, probabilmente per nascondere l'opera muraria in cui era stato necessario incassare le colonne in seguito al terremoto dell'847. Coloro che nell'affresco riconoscono una Ascensione fanno notare che si tratta di un adattamento occidentale di una Ascensione tipicamente Siro-Palestinese o Copta, perché il Cristo è racchiuso in una zona di luce a forma di mandorla che due angeli stanno portando in alto, mentre i discepoli con la Madonna al centro restano a guardare in atteggiamenti di ammirazione. Se si accetta questa interpretazione, lo spazio ai piedi della Madonna che adesso è vuoto probabilmente deve aver contenuto una reliquia del Monte degli Ulivi. Altri però credono con sicurezza che sia la Madonna a muovere verso il cielo, mentre il Cristo starebbe fermo in attesa di accoglierla: si tratta, sostengono, di una testimonianza della devozione alla Vergine Assunta da parte di Papa Leone IV. E' noto infatti che fu lui a proclamare per primo un'ottava per la festa dell'Assunzione nell'anno 847.

A destra di questo affresco ve ne sono altri sempre del IX secolo: la Crocifissione, le Pie Donne al Sepolcro, le Nozze di Cana, la Discesa al Limbo. Sulla parete sinistra dello stesso pilastro si trova il ritratto di San Prospero di Aquitania, segretario particolare di Papa Leone Magno. Più avanti sono visibili alcune delle colonne originali di questo lato della navata affioranti dalla parete di destra, in particolare una bella colonna in marmo bigio dalla scanalatura a spirale. La base della sua compagna si può vedere nel tratto seguente di parete, dove si trova l'affresco di Sant'Alessio. Ma va osservato che da questo punto in poi il muro è molto più antico di quello di pietra del 1100. Probabilmente fu costruito per puntellare qualche colonna, che in un imprecisato momento, forse nel corso del X secolo, era stata lesionata.

Il movimentato affresco di Sant'Alessio narra la popolare leggenda dell'ascetico Alessio, figlio di un ricco e caritatevole senatore romano. Per rispettare la volontà dei genitori Alessio aveva acconsentito a sposare una nobile romana, ma immediatamente dopo il matrimonio, con il consenso della sposa e gli aveva abbandonato Roma per andare eremita presso la città di Edessa in Siria. Circa 17 anni dopo egli fuggì via e torno a Roma. E' a questo punto che interviene la storia dell'affresco. Proprio sulla soglia della casa paterna Alessio incontra il padre che, a cavallo, sta tornando. Il padre però non lo riconosce. Né lo riconosce la madre, affacciatasi a guardare incuriosita la scena dalla finestra. Alessio decide allora di non rivelare chi egli sia, ma di accettare invece umilmente la spontanea offerta di ospitalità da parte del padre: resta ad abitare con la sua stessa famiglia per compiere i più umili lavori servili e dormendo in un sottoscala. Dopo altri 17 anni, al momento della sua morte, si osservò che egli aveva in mano un foglio di pergamena, ma lo stringeva così forte che ci volle l'arrivo del Papa per liberarlo dalla stretta. Allora avendo fatto trasportare il corpo in una stanza per gli ospiti, il Papa rivelò finalmente l'identità del povero servo alla moglie e ai genitori che si abbandonarono a manifestazioni di grande dolore, disperandosi e strappandosi i capelli per non aver riconosciuto il loro figliolo.

Più avanti vicino al passaggio verso la navata sinistra, incontriamo uno dei più famosi affreschi della basilica di San Clemente. Esso è attribuito allo stesso autore degli affreschi del nartece, mentre quello di Sant'Alessio è probabilmente opera di un suo assistente o allievo. Questi affreschi tutti insieme, sono considerati dagli storici dell'arte come una delle pietre miliari di quella fioritura pittorica che si ebbe a Roma nella seconda metà dell'XI secolo, sulla scia della rinascita artistica che ebbe in quell'epoca il suo epicentro in Montecassino. La sua ispirazione fu in larga misura bizantina e in tutti questi affreschi di San Clemente il drappeggio accessorio conserva una bizantina dignità, mentre la composizione, per la vivacità della narrazione e per l'abile uso della linea di contorno, è chiaramente occidentale.

In questo celeberrimo affresco, finanziato ancora una volta dalla famiglia di Beno de Rapiza, San Clemente sta celebrando la messa, mentre a destra un servo sta scortando fuori il Praefectus Urbi pagano Sisinnio. Per gelosia egli aveva seguito la moglie Teodora fino al luogo di riunione dei Cristiani, ma tutto quello che ottenne fu di diventare all'improvviso cieco e sordo. Quello stesso giorno un po' più tardi, San Clemente si reca a far visita a Teodora nella sua casa e restituisce a Sisinnio la vista e l'udito. Sisinnio si arrabbia per la presenza di Clemente in casa sua e ordina ai suoi servi di legarlo e trascinarlo via. Ma essi vengono miracolosamente indotti a scambiare per San Clemente e i suoi compagni alcune colonne sparse qua e là, e procedono all'arresto delle colonne, spronati in un colorito linguaggio da un Sisinnio privato anche delle sue facoltà mentali: FILI DE LE PUTE TRAITE "avanti figli di male femmine, tirate!". Si tratta di un testo famoso perché, se si fa eccezione per il cosiddetto Placito Capuano che risale al 963, questo è il più antico esempio scritto della lingua di transizione dal latino al volgare italiano. Nel frattempo, mentre San Clemente è scomparso, si sente mormorare nell'aria il suo amaro commento: DURITIAM CORDIS VESTRIS SAXA TRAERE MERUISTIS "per la durezza del vostro cuore avete meritato di trascinare delle pietre". L'omissione della preposizione OB che richiede il caso accusativo, l'errore nel genitivo di VESTER e l'ulteriore errore ortografico nella omissione della H in TRAERE, tradiscono una notevole lontananza da parte sia dei committenti che degli esecutori degli affreschi, dalla corretta conoscenza del latino classico, segno della trasformazione in corso della lingua parlata. Qui termina la narrazione dell'affresco, ma dobbiamo forse raccontare la fine della leggenda, quale gli Acta della vita di San Clemente ci riferiscono: Sisinnio viene convertito al Cristianesimo per le preghiere di sua moglie Teodora e di Clemente, e subisce addirittura il martirio.

Al di sopra di questi due riquadri ispirati alla leggenda di San Clemente, si trova un altro registro raffigurante l'insediamento di San Clemente in trono ad opera dei suoi tre predecessori, San Pietro, San Lino, San Cleto, ma qui le figure sono state tagliate a metà dalla linea del pavimento in marmo della basilica del XII secolo.

Passando ora dietro l'abside della basilica raggiungiamo il lato destro della navata centrale, dove troviamo un affresco della IX secolo che rappresenta l'Anastasi, ovvero la discesa al Limbo di Cristo per liberare le anime dei giusti morti prima della sua venuta. Questo è il primo esempio a nostra conoscenza di una versione occidentale del tema tipicamente Cappadociano. Il tema era destinato ad essere molto arricchito dalla pittura italiana, ma qui l'unico dettaglio che non rientri nello schema Cappadociano è quello delle fiamme che si sprigionano dal Limbo. Come al solito il Cristo è racchiuso in un nimbo a forma di mandorla, e calpestando Satana sotto i suoi piedi, guida Adamo fuori dal Limbo. Nella figura a sinistra con l'aureola quadrata la tradizione riconosce il ritratto di San Cirillo che come sappiamo dalle fonti fu sepolto accanto all'altare nel lato destro della navata centrale: l'affresco della Anastasi individua pertanto il luogo della originaria sepoltura di San Cirillo, le cui spoglie furono in seguito traslate prima nella navata sinistra, e poi nella basilica superiore.

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