IL NARTECE E LA NAVATA DESTRA DELLA BASILICA INFERIORE DI SAN CLEMENTE AL CELIO

L'ingresso alla basilica del IV secolo si trova lungo la navata destra della attuale chiesa, accanto alla cappella di San Domenico. Di qui si passa nella sagrestia, proprio attraverso una delle arcate del IV secolo che poggiano sulla fila di colonne della basilica primitiva e che sono state incorporate nella struttura del XII secolo. Dalla sagrestia si scende alla basilica inferiore attraverso una scala costruita nel 1866. A sinistra scendendo si trova la brillante ricomposizione, opera di Giovanni Battista de Rossi, della epigrafe dedicatoria della basilica paleocristiana, risalente al pontificato di papa Siricio (384-399). Più avanti si trovano i calchi in gesso di alcuni elementi ritrovati negli scavi, tra cui spiccano le due colonnine del VI secolo appartenenti all'antico ciborio, montate oggi nella tomba quattrocentesca del cardinale Venier, nella navata sinistra superiore.

Dalla scala si accede al nartece della basilica del IV secolo, dove catecumeni e penitenti, non potendo entrare nello spazio consacrato della basilica, ascoltavano la messa. Dal nartece si accede direttamente alla antica navata destra, che fu il teatro delle prime sensazionali scoperte di padre Mullooly nel 1857. Aperto un varco nella parete destra, dove attualmente vediamo una finestrella chiusa con una inferriata, gli scopritori si fecero strada attraverso il pietrame ammassato fino alla parete in fondo alla navata. Intercettato il vicolo che separava le due costruzioni del I secolo, si incunearono sotto l'abside, emergendo poi nella navata sinistra agli inizi del 1861. A questo punto la Pontificia Commissione di Archeologia sospese i suoi aiuti, ma nel settembre dell'anno successivo padre Mullooly decise di tentare lo svuotamento della navata centrale dai detriti e dal pietrame, sotto la sua personale responsabilità. Tra il 1862 e il 1870, con la vigile assistenza in forma non ufficiale del suo amico De Rossi, egli riuscì al di là di ogni previsione e portò alla luce l'intera basilica inferiore e una parte dell'area dedicata al culto di Mithra. Altri rettori di San Clemente ebbero poi a seguire il suo esempio. A partire dal 1912 padre Louis Nolan lavorò energicamente per parecchi anni nell'area mitraica, drenando l'acqua che si era accumulata e scoprendo la scuola mitraica. Venticinque anni dopo padre Pius O'Daly aprì un passaggio attraverso il muro di tufo dell'edificio rettangolare imperiale e penetrò nelle stanze del I secolo che si susseguono per tutta la lunghezza della basilica. Nel 1945 alla fine del secondo conflitto mondiale padre Dowdall riprese i lavori avanzando negli ambienti sotto la navata nord sino a fuoriuscire all'altezza dell'angolo nord del nartece. Lungo la navata destra possiamo osservare lo spesso muro in scaglie di pietra che fu realizzato nel 1100 per riempire gli intercolumni e costituire in questo modo la fondazione per la parete corrispondente della nuova basilica.

Lungo tutta la parete destra osserviamo frammenti di affreschi molto rovinati, uno dei quali rappresenta il martirio di Santa Caterina d'Alessandria. L'affresco nella nicchia raffigurante la Madonna in trono con il bambino è conservato meglio degli altri ed ha attirato l'attenzione degli studiosi. Padre Dary avanzò l'ipotesi che questo sia un precedente ritratto dell'imperatrice Teodora moglie di Giustiniano, morta nel 548, opera di un artista contemporaneo, modificato nel IX secolo per rappresentare la Madonna con il bambino in trono. In origine Teodora era in piedi, ma la rielaborazione del IX secolo le ha fornito un trono, le ha posto in grembo il bambino ed ha allungato il braccio sinistro per sostenerlo. Due dame della corte imperiale bizantina dipinte sulle pareti laterali della nicchia sono state anch'esse modificate nell'adattamento del IX secolo per rappresentare Santa Eufemia e Santa Caterina. L'affresco sarebbe stato dipinto quando Teodora era ancora in vita, forse durante il pontificato di Giovanni II tra il 533 e il 535. Perché se, come è certo, l'imperatore Giustiniano fece delle donazioni a papa Giovanni nel giugno del 533, è lecito supporre che alcuni di questi doni abbiano riguardato San Clemente, la chiesa che Giovanni si era tanto prodigato ad abbellire, sia come cardinale titolare prima che come pontefice poi. Teodora dunque si troverebbe a San Clemente nella sua qualifica di moglie di Giustiniano. Il ritratto del marito dovrebbe trovarsi in una nicchia corrispondente, come a San Vitale a Ravenna. C'è infatti effettivamente un po' più in là nella stessa parete una seconda nicchia che però è vuota. Verso il fondo della navata troviamo un sarcofago pagano che fu rinvenuto nel 1937 nella stanza sottostante, del I secolo. A giudicare dal livello in cui è stato rinvenuto sembrerebbe evidente che esso sia stato usato in epoca posteriore per una sepoltura cristiana o come ossario, benché il bassorilievo della facciata esibisca un tema alquanto inappropriato, il mito di Fedra e Ippolito. Infatti, Fedra, giovane moglie del re di Atene Teseo, si innamorò del figliastro Ippolito, un casto giovane la cui unica passione era la caccia. Quando Ippolito freddamente respinge la matrigna (a sinistra) ella disperata si uccide, ma lascia una lettera allo scopo di incriminare Ippolito fingendo di essere stata vittima delle sue molestie. Il marito Teseo di ritorno da una guerra trova la moglie morta, legge la lettera e, sconvolto per il tradimento del figlio, chiede al Dio Poseidone di punire Ippolito. Poseidone (prima figura del pannello di destra) durante una battuta di caccia fa imbizzarrire il cavallo di Ippolito che cade e muore. Soltanto allora Teseo scopre l'inganno della moglie e l'innocenza del figlio, disperandosi.

Ripercorriamo ora la navata per tornare nel nartece. Il passaggio verso la navata centrale era segnato da quattro colonne che dopo il terremoto dell'847 papa Leone IV fece consolidare con un'opera muraria in laterizio destinata a scongiurare il pericolo di un crollo della facciata della basilica. Egli fece poi decorare con affreschi la nuova parete così ottenuta, dalla parte della navata centrale. In seguito, verso la fine dell'XI secolo, la parete fu decorata anche dalla parte del nartece con due affreschi commissionati da una ricca famiglia romana, quella di Beno de' Rapiza. Il primo affresco illustra l'episodio narrato negli Acta di San Clemente del bambino travolto dalla marea e ritrovato vivo l'anno dopo (vedere la pagina dedicata alla vita di San Clemente). Nel registro inferiore di questo affresco sono i ritratti dei donatori: Beno, sua moglie Maria Macellaria con i figlioletti Clemente e Altilia. Nel clipeo centrale è raffigurato San Clemente stesso, con una iscrizione dipinta su due linee disposte in forma di croce che dice: ME PRECE QUERENTES ESTOTE NOCIVA CAVENTES. Il secondo affresco descrive la traslazione da San Pietro alla chiesa di San Clemente delle reliquie del santo che i fratelli Cirillo e Metodio avevano riportato dal Chersoneso (la odierna Crimea), così come un ignoto artista dell'XI secolo immaginava che fosse avvenuta. I due fratelli accompagnano le reliquie con il pontefice in mezzo a loro, ma l'artista indica il papa come Niccolò, sbagliando perché in realtà fu papa Adriano II a ricevere i missionari. Questo affresco è anch'esso un dono della famiglia Rapiza come afferma l'iscrizione: "Ego Maria Macellaria pro timore Dei et remedio anime mee hec pro gratia recepta fieri curavi". Di fronte a questo affresco è un interessante epitaffio pagano inciso su una lapide che poi fu utilizzata sull'altro lato per una sepoltura cristiana.

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