L'EDIFICIO PUBBLICO A BLOCCHI DI PEPERINO SOTTO LA NAVATA CENTRALE DI SAN CLEMENTE

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L'ampio edificio che si estende sotto la basilica del IV secolo si raggiunge dal vestibolo del santuario mitraico, svoltando a sinistra attraverso il vano di passaggio che separa il vestibolo dalla scuola mitraica. Qui un varco moderno dà in un corridoio largo appena 80 centimetri, che un tempo separava il complesso "pubblico" dall'insula ed era ovviamente una strada a cielo aperto. Lungo questo corridoio si osserva il massiccio muro esterno in blocchi di peperino dell'edificio, dove nel corso del III secolo si sviluppò il primitivo Titulus Clementis. Circa 7 metri di questo grande muro di peperino giacciono ancora interrati e quel che oggi si osserva è probabilmente soltanto la parte superiore della parete di un grande complesso che dopo l'incendio di Nerone fu colmato di terra per dar luogo alle fondamenta dell'edificio "pubblico" della fine del I secolo d.C.

Il muro perimetrale in blocchi di peperino ha uno spessore uniforme di 70 cm ed è sormontato da un coronamento in blocchi di travertino, con funzione meramente ornamentale. L'edificio è, si può dire, la pietra angolare di tutto il complesso architettonico di San Clemente; infatti, il perimetro in poderosi blocchi di peperino sostiene le pareti perimetrali della basilica del IV secolo e quindi anche quella del XII secolo.

Il varco di accesso fu aperto nel 1936 da Padre O'Daly e conduce nelle stanze del piano terra, che circondavano un vaso cortile che, una volta colmato di terra, sostenne la navata centrale della basilica paleocristiana. Alcuni scalini dalla prima stanza a destra della porta conducono a questo cortile, che è rimasto in gran parte inesplorato. Da questa piccola stanza si passa attraverso una serie di ambienti, tutti della stessa ampiezza, fino a raggiungere l'angolo dell'edificio sotto Via di San Giovanni in Laterano. In tutti gli ambienti i pavimenti, perfettamente conservati, sono in "opus spicatum" ovvero con piccoli mattoni disposti a spina di pesce, mentre le pareti sono in opus mixtum, cioè con paramenti in opera reticolata misti a tratti in opera laterizia, tipici del I - II secolo d.C. In principio l'opera reticolata era stata lasciata a vista, ma agli inizi del III secolo, poco prima della trasformazione in luogo di culto, tutto il complesso fu intonacato e contemporaneamente la pavimentazione fu rialzata di circa 50 cm, forse per prevenire problemi legati alla risalita di umidità dal basso. Infatti, al di sotto della parete sud scorre ancora il piccolo torrente chiamato "fosso Labicano" che è il rigagnolo naturale responsabile del dilavamento e dell'erosione che formò la valle tra Celio e Colle Oppio in epoca geologica e che allagò il sotterraneo fino a coprire tutto il santuario mitraico, imponendo agli inizi del '900 poderose opere di deflusso delle acque stagnanti prima della prosecuzione degli scavi. Nella seconda stanza, perfettamente conservata, si può addirittura vedere scorrere il piccolo torrente di acqua potabile, proveniente tuttora da una sorgente completamente sotterranea e mai individuata. Oggi l'acqua fluisce nel canale di O'Connell, attraverso una piccola chiusa costruita da P. O'Daly nel 1937-39, quindi, passando per il Collettore dell'Esquilino e poi nella Cloaca Massima nei pressi del Colosseo, si getta nel Tevere.

Tra le varie ipotesi che sono state formulate per spiegare la funzione di questo grande complesso del I secolo prima della sua trasformazione nel Titulus Clementis, primeggiano quella che vede in esso l'Armamentarium, luogo di deposito delle armi dei gladiatori che combattevano nel vicino Colosseo (che sappiamo essere stato edificato da Domiziano nell'86 d.C. nella Regio II Caelimontium), oppure quella che vi riconoscerebbe la Officina Moneta, ovvero la zecca imperiale, qui spostata dal Campidoglio ad opera di Domiziano.

Per arrivare agli ambienti sotto il lato nord della basilica dobbiamo tornare sui nostri passi costeggiando il muro perimetrale di peperino. Dopo l'ultima stanza di questa successione, una scala conduce ad una piccola catacomba (ancora in parte da esplorare) che ospita 16 loculi disposti sulle pareti in laterizio, su due ripiani di 8 loculi ciascuno. Con ogni probabilità si tratta di un complesso di sepolture del V o VI secolo, in quanto, come è noto, la rigorosa normativa che vietava le sepolture entro le mura cittadine cominciò ad essere frequentemente derogata dopo il sacco dei Goti di Alarico nel 410. Alcuni dei loculi sono stati aperti e si possono osservare da una grata in ferro inserita in cima alla scala. A pochi passi dalla grata si trova l'epigrafe in memoria di Padre Joseph Mullooly, a cui San Clemente e l'archeologia cristiana debbono tanto. Egli morì a 68 anni nel 1880, e il luogo del suo ultimo riposo è proprio sotto l'altare della basilica del IV secolo da lui scoperta.