LA BASILICA DI SAN CLEMENTE AL CELIO NEL XII SECOLO

L'ingresso principale della odierna basilica di San Clemente è sulla Piazza di San Clemente, attraverso un protiro che immette in un piccolo atrio del XII secolo. Situato immediatamente sopra il cortile primitivo, del IV secolo, questo è, si dice, l'unico atrio medievale intatto ancora esistente a Roma. A destra è il vecchio ingresso del monastero, su cui si legge un'iscrizione dei Padri Domenicani Irlandesi rettori della Basilica Minor. All'angolo sinistro dell'atrio si trova un campanile del 1600 circa, in sostituzione dell'antica torre campanaria, che sorgeva all'angolo opposto.

Entriamo adesso nella basilica del XII secolo. Essa presenta la stessa pianta della basilica inferiore e consta di 3 navate. Vi sono tuttavia delle differenze: mentre la navata e la fila di colonne di sinistra sul lato di via di San Giovanni in Laterano poggiano esattamente sulla navata sinistra della chiesa primitiva, con identica larghezza, la navata destra invece non poggia sulla sottostante navata destra ma su parte della navata centrale antica. Infatti, la parete destra della basilica del XII secolo incorpora la parete e le arcate dell'antica navata centrale. Questo è chiaramente visibile sulla parete destra, accanto alla porta della sagrestia. L'attuale basilica, dunque, a destra è più piccola della basilica del IV secolo e di conseguenza anche la navata centrale e l'abside hanno subito una riduzione in larghezza rispetto alle parti corrispondenti del IV secolo.

Così, se la basilica odierna è, in larga misura, una riproduzione della costruzione paleocristiana, essa tuttavia non mostra veramente, come spesso si afferma, una disposizione tipicamente "proto-cristiana", ma presenta piuttosto un riadattamento medievale della disposizione del suo modello del IV secolo. La forma tipica di una chiesa paleocristiana è ancora riconoscibile, naturalmente. Troviamo l'altare sotto l'arco trionfale, la cattedra vescovile collocata nella curva absidale, l'ambone per la lettura delle Sacre Scritture, la presenza del recinto del coro, incorporato nella struttura medesima della chiesa. Ma l'ambone non è più unico: ha un parallelo sul lato sinistro, mentre un candelabro tortile in stile romanico decorato in opera cosmatesca si erge sopra la balaustra della Schola Cantorum. Altri rifacimenti sono addirittura posteriori al XII secolo. Nelle navate laterali sono state aperte delle cappelle e la navata centrale è stata notevolmente rielaborata: sulle pareti vi era infatti, in origine, una serie di finestre ellittiche e circolari alternate, ma nel corso del XVII secolo esse furono chiuse e tre grandi finestre rettangolari furono aperte al loro posto. Più tardi, durante il pontificato di Clemente XI (1700-1721) gli spazi tra le finestre furono decorati con affreschi. Il bel soffitto cassettonato è dovuto anch'esso a Clemente XI e al suo principale architetto, Carlostefano Fontana, mentre il dipinto al centro del soffitto è considerato la migliore opera di Giuseppe Chiari (1654-1729), allievo del grande Carlo Maratta.

Una decina di affreschi furono dipinti nella navata agni inizi del 1700. Nella parete di controfacciata vi sono i due dipinti che raffigurano San Cirillo, a destra, e San Metodio, a sinistra, opera di Pietro Rasina. Sulla parete sinistra della navata troviamo quattro scene ispirate alla leggenda di San Clemente: nella prima (opera di Pietro de' Pietri) il Santo porge il velo a Flavia Domitilla, moglie del console martire Flavio Clemente; nella seconda, opera di Sebastiano Conca, San Clemente compie un miracolo nel Chersoneso. Nella terza scena, di Giovanni Odazzi, è rappresentato il martirio del Santo che viene gettato in mare con un'ancora al collo. L'ultimo quadro del lato sinistro, sempre di Odazzi, rappresenta la traslazione delle reliquie di San Clemente nella chiesa a lui dedicata.

Sul lato destro della navata centrale altri quattro affreschi fanno da riscontro a quelli sul lato sinistro. Il primo, di Tommaso Chiari, narra la storia della morte di San Servolo, che era solito mendicare sulla porta di San Clemente, così come è stata raccontata dal suo contemporaneo Gregorio Magno (papa dal 590 al 604) in una omelia pronunciata in San Pietro. Il brano in questione è trascritto in una epigrafe sotto l'affresco. Gli altri tre quadri si riferiscono a Sant'Ignazio di Antiochia, che subì il martirio a Roma sotto Traiano (98-117 d.C.) e le cui reliquie si troverebbero proprio qui a San Clemente, sotto l'altar maggiore. Nel primo affresco (del Piastrilli) Sant'Ignazio viene condannato "ad bestias" dall'imperatore. Nel secondo (di Giacomo Trigia) egli saluta San Policarpo, vescovo di Smirne, prima di imbarcarsi alla volta di Roma per subire il martirio. Nell'ultimo affresco verso l'altare, di Pierleone Ghezzi, è illustrato il martirio del Santo, avvenuto nel Colosseo.

Oltre alle aggiunte post-medievali alla struttura del XII secolo, vi sono anche degli elementi che avevano fatto parte della basilica più antica e che nel corso della ricostruzione furono recuperati e trasportati nella nuova. Il più importante di questi elementi di recupero è la Schola Cantorum, sede del coro, nella navata centrale. Il recinto del coro era stato donato alla primitiva basilica da Giovanni II (533-535). Il suo monogramma appare sulle pareti marmoree del coro e sui cancelli di marmo traforato che separano la navata dal presbiterio. Prima di divenire papa egli era stato cardinale titolare di San Clemente, e durante il pontificato di papa Ormisda (514-523) aveva fatto erigere un nuovo altare, di cui ancora sopravvivono alcuni resti. Quando dopo il 1099 la basilica inferiore fu abbandonata, la Schola Cantorum con le sue preziose balaustre in marmo fu rimossa e ricostruita nella nuova basilica. I plutei sono ancora quelli originali e sulle colonnine che collegano i vari elementi del recinto si vedono il pesce, la colomba e il tralcio di vite che nel Cristianesimo delle origini erano usati come simboli del Cristo, della Pace e dell'Eucaristia. Il simbolo del pesce era considerato il più importante di tutti in quanto compendiava una professione di fede nella natura divina di Gesù. Infatti, le cinque lettere che compongono la parola greca pesce, IXTHUS, sono anche le iniziali della frase "Gesù il Cristo, Figlio di Dio, Salvatore", sempre in greco.

La Schola Cantorum tuttavia non presenta esattamente lo stesso aspetto che aveva nella basilica inferiore. Alcuni riquadri dovettero essere eliminati perché lo spazio disponibile nella navata superiore era minore rispetto alla navata inferiore. Inoltre, fu aggiunto un secondo ambone, quello di sinistra, e fu posto il candelabro per il Cero Pasquale.

L'altare maggiore è costruito sulla "confessio" nella quale si trova un'urna contenente resti delle presunte reliquie di San Clemente e di Sant'Ignazio. Esso ha subito molte trasformazioni, in quanto fu riconsacrato nel 1726, mentre la Confessio, la custodia delle reliquie, fu rifatta nel 1868. Il Tegurium o baldacchino però apparteneva probabilmente alla originaria struttura dell'altare fatto fare da Giovanni II, benché le colonne che lo sostengono siano del XV secolo. E' certo che alcuni elementi antichi esistano ancora: se ne trova infatti una porzione alla base della parete di sinistra della Schola Cantorum, dal lato interno, tra l'ambone e lo schermo dell'altare, mentre due bellissimi pilastrini che anticamente stavano a sostegno del Tegurium attualmente sono posti come elemento decorativo della tomba quattrocentesca del Cardinal Venier nella navata sinistra. A destra dell'altare troviamo un magnifico tabernacolo a muro dono di Giacomo Caetani, Cardinale di San Clemente dal 1295 al 1300, e nipote di Papa Bonifacio VIII (1294-1303). Un'iscrizione musiva al di sopra del tabernacolo ricorda questa donazione avvenuta nel 1299, mentre nella lunetta si vede Bonifacio VIII mentre presenta il nipote alla Madonna con il Bambino (al centro) e a San Clemente (a sinistra). Tutto il tabernacolo è opera di Arnolfo di Cambio o della sua scuola, poiché la figura di Papa Bonifacio è una riproduzione, in formato minore, della statua-ritratto che si trova nelle grotte vaticane. Si sa infatti che Bonifacio VIII commissionò molti lavori al grande scultore e si deve al suo patronato, tra l'altro, la grande statua bronzea di San Pietro nella basilica vaticana.

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