ROMA NASCOSTA: VISITA GUIDATA CON PERMESSO SPECIALE AL MONTE DEI COCCI

APPUNTAMENTO: DOMENICA 6 GENNAIO 2019 H 10 DAVANTI ALL'INGRESSO DEL SITO IN VIA NICOLA ZABAGLIA N. 24.

DURATA: 1 H.

LA GUIDA E' RICONOSCIBILE IN LOCO DAL CARTELLO ROMA BELLA.

PRENOTAZIONE: OBBLIGATORIA VIA MAIL A: romabella@visite-guidate-roma.com, o chiamando il n. tel. 0661661527 (attivo tutti i giorni h 9-19).

Il monte Testaccio, in latino Mons Testaceus, anche conosciuto come monte dei Cocci, è una collina artificiale di 36 m di altezza, vera e propria discarica di epoca romana. È infatti costituita da strati ordinatamente sovrapposti di cocci provenienti da più di 53 milioni di anfore per la maggior parte olearie. I contenitori di terracotta, scaricati dal vicino porto fluviale sul Tevere, una volta svuotati dal contenuto, venduto sul mercato capitolino, venivano lì gettati. Il nome deriva dal termine latino testae, ossia "cocci". Il colle si trova tra le mura aureliane e la sponda sinistra del Tevere, nell'omonimo XX rione di Roma, Testaccio.

Il monte dei cocci costituisce un sito archeologico unico nel suo genere. Fu utilizzato come discarica del prospiciente porto fluviale dell'Emporium, a partire dal periodo augusteo fino alla metà del III secolo d.C. quando il suo utilizzo fu progressivamente ridotto fino ad arrestarsi completamente. Le innumerevoli anfore, non essendo smaltate al loro interno, non potevano essere riutilizzate come contenitori per generi alimentari dopo essere state svuotate. Solo una piccola parte di queste furono riciclate come materiale da costruzione mentre più di frequente venivano fracassate e poi accatastate in un enorme cumulo che nel corso dei secoli si è andato ad innalzare poco lontano dai moli.

L'ordine che traspare nella disposizione dei materiali, il fatto che a intervalli regolari fosse stata sparsa della calce per attenuare i cattivi odori provenienti dalla decomposizione dei residui alimentari contenuti nelle anfore, la presenza di un piano inclinato ben progettato che consentiva ai carri di giungere agevolmente fino in cima al monte, lascia supporre che la discarica fosse tutt'altro che improvvisata e che, al contrario, fosse stata affidata in gestione a dei curatores.

Nel corso dei secoli successivi il motivo dell'accumulo dei cocci fu dimenticato, tanto da far sorgere intorno al colle delle improbabili leggende: chi sosteneva fossero i risultati degli errori di lavorazione delle vicine botteghe di vasai, chi asseriva fossero i resti delle urne cinerarie traslate dai colombari della via Ostiense, mentre una leggenda raccontava che la collina fosse stata formata dei resti del grande incendio di Roma del 64 d.C.

Per secoli il monte fu ignorato dall'iconografia urbana, probabilmente poiché a causa del suo utilizzo come discarica non era ritenuto meritevole di particolare menzione; il nome mons Testaceum, infatti, appare per la prima volta in un'iscrizione databile al VII secolo circa, conservata nel portico della chiesa romana di Santa Maria in Cosmedin mentre l'originario nome di epoca romana è ignoto, anche se alcuni studi identificherebbero l'antico vicus mundiciei (traducibile come "vicolo dell'immondezzaio") del periodo adrianeo, ubicato in prossimità di quello che diventerà successivamente il popolarmente noto monte dei cocci.

Nel 1881 scavi effettuati sul sito ricostruirono la storia del monte e accertarono la provenienza dei cocci: grazie alle iscrizioni apposte su alcuni di essi fu possibile accertare che la maggior parte delle anfore proveniva dalle coste africane della Bizacena e dalla Baetica, l'attuale Andalusia, datando il reperto più antico all'anno 144 e il più recente al 251 d.C.