IL FORO BOARIO, LA BOCCA DELLA VERITA' E LA LEGGENDA DELLA NASCITA DI ROMA

Piazza Bocca della Verità corrisponde oggi al sito dell'antico foro boario, la pianura nei pressi del Tevere dove avveniva il mercato dei buoi. Nella piazza si trova l'importante basilica di Santa Maria in Cosmedin, sorta come diaconia nel VII secolo e attualmente amministrata da monaci di rito ortodosso greco-melchita. All'interno della basilica si possono ancora osservare i colonnati della Statio Annonae, ovvero del portico dove in età repubblicana avevano luogo le distribuzioni gratuite di grano alla plebe.

Sotto alla cancellata del portico si conserva la celebre "bocca della verità", la grande pietra circolare scolpita dalla quale prende il nome la Piazza.

Il mascherone, misterioso ed inquietante, rappresenta il volto di un fauno urlante, e in origine poteva essere un chiusino della Cloaca Maxima che corre proprio qui nel sottosuolo, o forse parte del puteale del tempio di Mercurio, che qui sorgeva in età arcaica, dove i commercianti venivano a giurare o a purificarsi dei loro falsi giuramenti durante le contrattazioni. Forse da questo antico uso purificatorio deriva l'utilizzo leggendario che, appunto, se ne faceva nel Medioevo.

Infatti, le persone sospettate di aver mentito venivano condotte al cospetto del mascherone e indotte a ripetere il loro giuramento inserendo la mano nella sua bocca spalancata. Qualora avessero detto la verità, avrebbero ritirato indenne la mano dalla bocca di pietra. In caso invece di menzogna, la bocca della verità avrebbe morso e tagliato di netto la mano. Si racconta che talvolta i giudici, quando erano sicuri della malafede del sottoposto ad interrogatorio, facevano appostare il boia armato di spada dietro il mascherone, così da alimentare con la realtà dei fatti la leggenda.

Per molti secoli la bocca della verità svolse diligentemente il suo compito.

Secondo una tradizione, la bocca della verità cessò di funzionare il giorno in cui fu ingannata da una giovane e avvenente donna. Questa, sospettata dal marito di avere una tresca con un altro uomo, sapendo di dover dire la verità davanti alla mostruosa scultura, fece travestire il suo amante e lo fece appostare in mezzo al pubblico che doveva assistere all'interrogatorio. Quando fu il momento l'uomo si finse pazzo e, sbraitando come un forsennato, gesticolando e pronunciando parole prive di senso, si fece strada tra la folla spingendo, si avvicinò alla donna, la strinse tra le braccia e la baciò fuggendo subito dopo.

La bella e astuta ragazza poté tranquillamente giurare davanti alla bocca della verità di non essere stata mai baciata da nessun altro uomo se non da suo marito e dal povero pazzo che l'aveva assalita poco prima. Ovviamente ebbe salva la mano, ma a quanto pare l'entità demoniaca nascosta dietro il mascherone, offesa dall'inganno, incrociò per sempre le braccia rendendo la bocca della verità una innocua scultura in marmo!

Attraversiamo ora la Piazza fino a raggiungere Via del Velabro. Chiuso da una cancellata troviamo davanti a noi un grande arco: il cosiddetto "arco di Giano al foro boario", in realtà un quadriportico del IV secolo d.C. noto dalle fonti dei Cataloghi Regionarii come Arcus Constantini. Ogni lato è ornato da due file di nicchie con abside a forma di conchiglia, che in origine ospitavano statue. Le sommità degli archi sono decorate con figure a tutto tondo di Roma e Giunone, Minerva e Cerere. E' questo il luogo in cui avvenne uno dei fatti più straordinari della storia, dove tutto ebbe inizio...

ROMOLO E REMO E LA NASCITA DI ROMA

In questo luogo alle pendici del Palatino si arenò la cesta sulla quale Romolo e Remo erano stati abbandonati nelle acque del Tevere; e qui furono trovati dal pastore Faustolo dopo che la lupa li aveva allattati sotto un fico.

La leggenda che sta alla base della fondazione di Roma racconta infatti che ad Alba Longa, una delle città fondate da Ascanio, figlio di Enea (fuggito dalle ceneri di Troia e approdato nel Lazio), il re Numitore si vide usurpare il trono dal fratello malvagio, Amulio. Questi imprigionò Numitore e ne uccise la discendenza maschile, costringendo l'unica figlia superstite a farsi vestale, titolo che imponeva il voto di castità.

Rea Silvia, questo il nome della ragazza, era una fanciulla di straordinaria bellezza e innocenza, che un giorno si addormentò sulla riva del fiume: Marte, che se ne era invaghito, ne approfittò e la fece sua. Da questa unione "clandestina" nacquero due gemelli, Romolo e Remo. Venuto a sapere del fatto, Amulio fece uccidere la nipote Rea Silvia e ordinò a un servitore di ucciderne i figli, ma questi si impietosì e li abbandonò in una cesta di vimini che affidò alla corrente del Tevere.

La cesta si arenò, e i due gemelli cominciarono a piangere per la fame: i loro lamenti giunsero alle orecchie di una Lupa, che provvide a trascinare la cesta sotto il fico Ruminale (dal latino "ruma", mammella, oppure dal nome dello stesso Romolo) e a svezzare i due neonati. Fu un pastore di passaggio di nome Faustolo, più tardi, a trovarli in questo luogo e a portarli impietosito alla moglie Acca Larenzia (che qualcuno sostiene con buone ragioni essere stata una prostituta, ovvero Lupa per i Latini, essendo il lupanare il luogo dove veniva esercitato il mestiere).

Romolo e Remo crebbero tra i pastori e si distinsero per forza e coraggio (erano pur sempre figli del dio della guerra). Venuti a sapere delle loro origini, si recarono ad Alba Longa, uccisero Amulio e restituirono il trono al nonno Numitore. A questo punto i due fratelli decisero di tributarsi il giusto onore fondando una città nel luogo del loro ritrovamento. Romolo voleva chiamarla Roma, Remo invece Remuria, entrambi ispirandosi ai rispettivi nomi.

Alla fine, Romolo ebbe la meglio: avendo avuto la visione premonitrice di 12 avvoltoi roteanti sul colle Palatino, contro i 6 visti da Remo in precedenza sull'Aventino, si assicurò il diritto di tracciare il solco con l'aratro per fissare il perimetro delle mura e giurò davanti agli dèi che nessuno lo avrebbe mai oltrepassato senza il suo permesso. Il solco fu però attraversato per sfida proprio dal fratello, che fu subito ucciso. Così, secondo il mito, nacque Roma: era il 21 aprile del 753 a.C.