I CULTI PIU' ARCAICI DELLA VALLE DEL FORO ROMANO

VENERE CLOACINA

Secondo Livio, Cloacina era un appellativo di Venere. Il nome deriva dal verbo cluere (purificare) e il mito di fondazione del sacello di Venere Cloacina è collegato con la guerra romano-sabina. Plinio (Nat. Hist. XV, 119-120) ricorda infatti che una pianta di mirto "esisteva nel luogo dove ora sorge Roma già molto tempo prima della fondazione della città, giacché si racconta che i Romani e i Sabini, mentre si proponevano di combattere a causa del rapimento delle vergini, deposte le armi, si purificarono con rami di mirto nel luogo in cui ora sono i simulacri di Venere Cloacina. Gli antichi usavano infatti il termine cluere per pulire. La pianta di mirto ha poteri purificatori ed è stata scelta perché è sacra a Venere, dea che presiede alle unioni". Il mirto di Cloacina era dunque una pianta preposta in modo particolare ai matrimoni e ciò spiega la connessione con il ratto matrimoniale delle Sabine. Il santuario di Cloacina si ergeva infatti davanti alla Basilica Emilia, proprio nel punto in cui la Cloaca Maxima entrava nel foro, dunque in corrispondenza del corso del Velabro che, come tutti i fiumi, rivestiva una funzione di limite spaziale e, nel caso specifico, di confine tra i popoli in lotta ma che proprio in prossimità di esso stipularono la pace.

Una rappresentazione di questo piccolo santuario di confine è conservata nelle monete della famiglia Mussidia, in cui si può osservare una piattaforma circolare delimitata da una balaustra e sulla quale sono collocate due statue di culto della dea, identificata dall'epigrafe Cloacina. Uno dei due simulacri sembra recare in mano una verbena di mirto, simbolo della purificazione e dei riti di passaggio matrimoniali, mentre il secondo rappresenta la dea come armata e dunque come guardiana del confine.

I DIOSCURI

Il culto greco dei Dioscuri (letteralmente: i figli di Zeus) fu introdotto molto precocemente a Roma e nel Lazio ed è documentabile con certezza almeno dalla seconda metà del VI secolo a.C., epoca cui risale l'importante lamina bronzea con dedica ai gemelli divini Castore e Polluce redatta in latino arcaico, rinvenuta a Lavinio nel 1958. Ciò spiega come mai, agli inizi del V secolo a.C., fu possibile costruire un tempio in loro onore nel foro romano, dunque all'interno del pomerium, la linea sacra che delimitava la città e dentro la quale, secondo le norme della religione romana, non era possibile ospitare culti stranieri. Fra le molteplici funzioni dei Dioscuri come guaritori, soccorritori e protettori dei cavalieri, con la dedica del tempio nel foro romano prevalse a Roma la loro duplice funzione di soccorritori in battaglia e di messaggeri di vittoria. Il 15 luglio, dies natalis del tempio coincidente con la data della battaglia del Lago Regillo (499 a.C.), presso l'edificio sacro sostava una processione di cavalieri armati con mantelli color porpora a strisce, simili a quelli indossati dai Dioscuri quando apparvero presso il fiume Sagra durante la battaglia tra Crotoniati e Locresi, e con i cavalli da parata tutti bianchi.

VESTA, IL FUOCO SACRO E IL SACERDOZIO DELLE VESTALI

Le Vestali, in numero di sei, attendevano al culto di Vesta, la divinità romana protettrice del focolare domestico. Con l'inizio della Repubblica questo sacerdozio, l'unico femminile nella Roma antica, sostituì le figlie della dinastia regale, originariamente incaricate di sorvegliare il focolare domestico della casa del re (che in quanto tale era il fuoco più importante del villaggio romuleo e rappresentava da solo tutti i focolari del villaggio stesso), con fanciulle di condizione libera, di età compresa tra 6 e 10 anni, esenti da imperfezioni fisiche e con i genitori viventi, scelte dal Pontefice Massimo attraverso la Captio, in un gruppo di venti candidate. Le Vestali, le cui chiome venivano recise e appese a un albero di loto nel rituale della Captio e che portavano indumenti particolari (un velo bianco che copriva anche le spalle, il suffibulum, e un diadema di lana diviso in sei cordoni, l'infula), prestavano servizio per 30 anni e dovevano osservare la castità, ma una volta cessato il sacerdozio (exauguratio) potevano contrarre matrimonio. La violazione del voto di castità veniva punita con la sepoltura della colpevole, viva, nel Campus Sceleratus presso Porta Collina sul Quirinale, mentre la pena prevista per il "complice" era la morte per fustigazione nel Comizio.

A fronte di queste dure regole, molti erano i privilegi di cui godevano le Vestali e in primo luogo l'emancipazione dalla Patria Potestas, che veniva assunta dal Pontifex Maximus, al quale si legavano con simboliche nozze. Avevano diritto a posti riservati negli spettacoli e a una tomba entro i limiti del pomerium; avevano il potere di graziare un condannato a morte che si fosse imbattuto in una Vestale nel giorno del suo giudizio. Il compito specifico delle sacerdotesse di Vesta era fin dagli albori di Roma la cura del fuoco sacro che ardeva nel Tempio di Vesta e che non doveva mai spegnersi avendo un alto valore sia pratico che simbolico. Rappresentando all'origine il focolare della casa del Rex, costituiva il centro della vita stessa della comunità, motivo stesso della autoidentificazione degli abitanti del villaggio del Palatino come appartenenti ad un unico organismo urbano ed anche occasione di incontro e di aggregazione: basti pensare alla importanza effettiva che poteva avere un focolare sempre acceso, di giorno e di notte, "pubblico" e a disposizione di tutti, in una comunità capannicola di pastori e raccoglitori sperduta tra gole e paludi lungo le rive del Tevere, nell'VIII secolo a.C. Si può addirittura ritenere che il fuoco sacro a Vesta, esistente secondo alcuni studiosi già all'epoca di Romolo o secondo altri di Numa, sia stato uno dei motivi della frequentazione così precoce, a fini cultuali, di questa parte della valle del foro, all'epoca ancora paludosa ed esterna al territorio cittadino, favorendo l'incontro delle varie comunità che vivevano sui colli e dando impulso al processo di formazione dell'Urbe.

Nel periodo delle feste Vestalia (dal 7 al 15 giugno) il Tempio di Vesta veniva aperto, pulito e reso accessibile al solo pubblico femminile, mentre la macina con cui si otteneva la farina preparata dalle Vestali, la Mola Salsa, e l'asino che con il suo fragoroso ragliare aveva salvato la dea dalle insidie di Priapo, venivano ornati con corone.

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