IL COMIZIO, LA CURIA IULIA, L'ARCO DI SETTIMIO SEVERO

COMIZIO

L'area assegnabile al Comizio è compresa tra il foro di Cesare a nord, l'arco di Settimio Severo a est, la Curia a ovest, ed una serie di pozzetti rituali a sud, ancora in parte visibili.

I resti ora conservati sono però frutto delle trasformazioni fatte eseguire da Cesare ed Augusto, che sconvolsero l'originaria disposizione dei monumenti.

In origine il Comizio era uno spazio consacrato dagli àuguri, orientato secondo i punti cardinali. Anteriormente al 263 a.C., data della introduzione di una meridiana, la piazza stessa funzionava come un orologio solare. L'araldo pubblico annunciava le principali ore della giornata in base al passaggio dei raggi solari tra i diversi monumenti. Lo scandire delle ore era legato alla attività giudiziaria, una delle funzioni del Comizio. Esso costituiva il centro politico della città, specialmente nell'età repubblicana, quando funzionava come luogo di riunioni delle unità elettorali, dette Curiae. Era sede del Senato (Curia), sede dei magistrati (qui erano i primitivi Rostri, ovvero la tribuna oratoria) ed il luogo dove si accoglievano le delegazioni straniere. Queste ultime, principalmente greche, avevano la loro tribuna dalla quale assistere alle riunioni del senato, detta appunto Graecostasis.

Le varie fasi del Comizio sono state individuate archeologicamente. Una prima pavimentazione in terra battuta è databile alla fine del VII secolo a.C. Nella seconda metà del IV secolo a.C. incontriamo la prima pavimentazione in pietra, insieme alla costruzione dell'altare attualmente conservato al Lapis Niger.

E' solo nella prima metà del III secolo a.C., con la quinta fase, che il Comizio smette di funzionare come orologio solare e assume la sua forma tradizionale, circolare. Cesare va ancora oltre e costruisce una nuova Curia nel posto ancora oggi conosciuto, mentre i Rostri vengono spostati nel foro. In età augustea infine, dopo il 14 a.C., l'area viene pavimentata con lastre di travertino, visibili ancora oggi.

CURIA

L'edificio in laterizio che vediamo nell'angolo tra il Comizio e l'Argiletum fu la sede del Senato. Esso viene detto Curia Iulia in quanto frutto dei lavori eseguiti nell'area da parte di Giulio Cesare, iniziati probabilmente nel 45 a.C. e portati a termine da Augusto nel 29 a.C.

La costruzione di Cesare sostituiva la curia più antica, detta Curia Ostilia, incendiata nei disordini verificatisi durante i funerali di Clodio nel 52 a.C. Secondo la tradizione essa prendeva nome dal suo fondatore, il terzo re di Roma, Tullo Ostilio (date tradizionali 672 - 640 a.C.). La posizione doveva essere diversa da quella attuale: probabilmente essa occupava l'area ora coperta dalla chiesa dei Santi Luca e Martina.

L'aspetto attuale della Curia Iulia è dovuto in gran parte al rifacimento ad Opera di Diocleziano, il quale restaurò molti edifici nella zona dopo il grande incendio testimoniato dalle fonti nel 283 d.C. Ciò che si vede oggi è anche frutto dei restauri moderni degli anni '30 di questo secolo, con i quali fu demolita la chiesa di Sant'Adriano al Foro che vi si era insediata nel 630.

Risultano come interamente ricostruiti i due timpani, mentre la presenza di una grande finestra sul lato orientale è discutibile.

All'esterno notiamo gli archi di scarico inseriti nelle pareti in laterizio ed i grandi contrafforti angolari. In quello sinistro si trova una scala che porta al tetto. Tre grandi finestre, ricostruzioni di quelle dioclezianee, davano luce all'interno. La parte inferiore dell'edificio doveva essere rivestita di lastre marmoree - se ne vedono ancora alcuni lacerti a sinistra - mentre nella parte superiore si trovava un bugnato di stucco imitante il marmo. Le cavità di forma rettangolare oblunga, che si vedono sulla facciata accanto alla porta, ancora in un caso chiuse da tegole, sono le tracce lasciate dalle sepolture medievali praticate nella parete.

I buchi quadrati posti ad intervalli regolari, sopra il livello della porta, sembrano invece testimoniare l'esistenza di un portico di ingresso. La porta bronzea oggi esistente è la copia dell'originale, trasportato a San Giovanni in Laterano nel XVII secolo.

L'interno del vasto ambiente con il soffitto, di ricostruzione moderna, ad una altezza di ben 21 metri, corrisponde alle norme prescritte da Vitruvio per le Curie. Due porte si aprono verso il foro di Cesare, del quale la Curia Iulia doveva formare quasi una appendice.

Ben conservato risulta il pavimento dioclezianeo in opus sectile di marmo policromo: lastrine di diversi tipi di marmo formano motivi vegetali. Verso i lati si trovano ancora i tre bassi gradini sui quali erano sistemati i seggi dei senatori, che erano 300 nel IV secolo d.C. Tre nicchie per lato, che dovevano ospitare statue onorarie, si aprono nelle pareti, scandite da colonnine. La parete di fondo invece accoglieva la pedana della presidenza. Una statua famosa, della quale rimane solo la base, raffigurava la Vittoria e fu qui collocata nel 29 a.C. Da Ottaviano. Essa fu oggetto di una disputa teologico-filosofica 385 d.C.: nel duello retorico tra Aurelio Simmaco rappresentante della corrente pagana e Sant'Ambrogio, quest'ultimo ebbe la meglio e la statua fu rimossa.

Attualmente all'interno della Curia si custodiscono anche i rilievi detti Plutei di Traiano, i quali furono trovati nel foro; originariamente essi dovevano decorare una balaustra, probabilmente da riferire al luogo sacro segnato dalla Ficus Ruminalis (l'albero sacro del fico). Sul lato posteriore sono raffigurati gli animali del sacrificio detto Suovetaurilia: la scrofa, la pecora ed il toro. Sui lati principali si vedono scene in cui protagonista è l'imperatore Traiano, ambientate proprio all'interno del foro romano.

Nel rilievo posto a sinistra è raffigurato il condono dei debiti dei cittadini nei confronti del fisco, simboleggiato dalla distruzione dei registri fiscali in presenza dell'imperatore. La scena si svolge sul fondo degli edifici del lato meridionale del foro, dove sono stati identificati da sinistra a destra: la Ficus Ruminalis, la statua di Marsia, la basilica Giulia, uno spazio vuoto corrispondente al Vicus Iugarius, il tempio di Saturno con il pronao esastilo ionico, un arco trionfale di ingresso al Campidoglio ed il tempio di Tito, con sei colonne corinzie.

Il rilievo di destra mostra l'istituzione degli Alimenta, gli aiuti economici per gli orfani istituiti da Traiano appena salito al trono, seduto su un basamento, mentre di fronte a lui è la personificazione dell'Italia con in braccio un bambino. Anche qui troviamo in secondo piano la rappresentazione del lato meridionale del foro, con da destra a sinistra: la statua di Marsia, la Ficus Ruminalis, la basilica Giulia, uno spazio vuoto corrispondente al Vicus Tuscus, il tempio di Castore e Polluce con davanti un colonnato corinzio ed un arco onorario, forse quello eretto nel 29 a.C. dopo la battaglia di Azio. Il basamento visibile alla estrema destra del rilievo potrebbe essere identificato con i Rostri del tempio del Divo Giulio, dove erano esposti i rostri conquistati alle navi di Antonio.

Resti di pitture bizantine, a testimonianza del periodo della trasformazione in chiesa, sono visibili sulle pareti in particolare su quella di ingresso.

ARCO DI SETTIMIO SEVERO

L'arco onorario che si trova all'angolo nord-occidentale del foro fu eretto nel 203 d.C. dal Senato e dal Popolo Romano per Settimio Severo e i suoi figli Caracalla e Geta, a commemorazione delle vittorie sui Parti, una popolazione anticamente occupante gli odierni Iraq ed Iran.

L'arco è rivestito di marmi di diverso tipo: marmo greco proconnesio per le colonne, marmo pentelico per le basi delle colonne e marmo di Carrara per i pannelli decorati a bassorilievo.

Le colonne sostengono l'architrave a sua volta sormontato da un attico, in cui si trova l'epigrafe a caratteri capitali con la tradizionale formula di dedica da parte del Senato e del Popolo Romano (SPQR). Originariamente il testo menzionava anche il secondo figlio di Settimio Severo, Geta, il quale dopo l'uccisione da parte del fratello subì la damnatio memoriae, che comportò la cancellazione del suo nome da tutti i monumenti di Roma e quindi anche dall'arco.

Il fregio narrativo suddiviso in quattro grandi pannelli mostra vari momenti delle campagne militari contro i Parti, avvenute tra il 195 ed il 198 d.C. Nel primo pannello l'esercito romano lascia la città di Carrhae per conquistare Nisibis assediata dai Parti, mentre il Re Vologese fugge a cavallo. Nel secondo, i Romani attaccano con macchine ossidionali una città nemica identificata con Edessa; segue un consiglio di guerra e poi la partenza per una nuova campagna militare. Sul terzo pannello osserviamo l'attacco ad una città, forse Seleucia sul Tigri, o Hatra): alcuni Parti fuggono, altri sono infine costretti a inchinarsi di fronte all'imperatore, al momento della resa della città.

Il quarto pannello mostra la caduta di una città identificata con Ctesifonte, dalla quale di nuovo fugge a cavallo il Re Vologese. La narrazione si conclude con il discorso finale dell'imperatore Settimio Severo davanti alla città conquistata.

Lo schema narrativo per gruppi di figure, con scene distinte e suddivise tra momenti di intensa azione e momenti di pausa, ricorda molto da vicino la cifra narrativa del bassorilievo della Colonna di Traiano, a cui certamente si ispira il "Maestro" delle imprese di Settimio Severo.