IL CRISTIANESIMO A ROMA: LE INCIDENZE NELLO SPAZIO URBANO E SUBURBANO

Gli studi che nell'ultimo ventennio del '900 hanno interessato la Roma paleocristiana hanno permesso di impostare un quadro della costituzione dell'Urbe dei papi molto diverso da quello focalizzato a partire dalla metà dello stesso secolo. Si è visto come la città cristiana, a partire dalle sue origini, non rappresenti una formulazione involutiva rispetto alla Roma dei Cesari, ma una Nuova Roma, dove viene gradualmente attivata una diversa concezione della vita della città. Questa nuova Roma è essenzialmente l'Urbe dei suoi martiri e principalmente quella originata dalla predicazione di Pietro e Paolo. In tale contesto ci si impegna all'allestimento della città, suddividendola in sette Regiones ecclesiastiche, che non inficiano affatto la consolidata organizzazione delle quattordici Regiones augustee.

Esse fanno capo ai sette diaconi regionari che costituiscono i responsabili diretti della organizzazione del tessuto urbano nei confronti del Papa e traggono principalmente i loro dati dal controllo delle funzionalità delle antiche parrocchie (titoli) che gestiscono, nel territorio di loro competenza, la cura animarum della comunità di Roma.

Ad un tempo assume grande importanza e straordinaria valenza, anche di carattere economico, la città fuori delle mura dove viene attivata la progettazione di impianti monumentali in funzione della venerazione dei numerosi centri martiriali che costellano il suburbio. Una vera città satellite, che vive in simbiosi con quella entro le mura le quali non rappresentano più ormai una cesura, data l'importanza e il significato dell'urbanizzazione al di fuori delle stesse. Quest'ultima arriva anzi a rappresentare l'immagine più significativa di Roma agli occhi della moltitudine dei pellegrini che continuamente affluiscono alla città, soprattutto attratti dal culto dei martiri, e rendono ad un tempo omaggio ai Papi quali successori di Pietro.

(testo a cura della Dott. Margherita Cecchelli).

LO SPAZIO CRISTIANO NELLA CITTA' PRIMA DEL 312 D.C.

Nel 312, alla vigilia dell'Editto di Milano, ampi strati della popolazione romana avevano oramai da tempo aderito al cristianesimo. Dalla fine del II secolo la comunità cristiana disponeva di propri spazi funerari: il numero e la estensione dei cimiteri comunitari del III secolo offrono la testimonianza più esplicita dell'ampiezza raggiunta a Roma dal fenomeno delle conversioni.

I Cristiani dell'Urbe, come quelli delle altre comunità, già allora disponevano sicuramente di luoghi di culto, ma questi non avevano ancora una particolare connotazione architettonica, non erano costruiti ex novo e non erano quindi distinguibili nel tessuto urbano. Le riunioni liturgiche si svolgevano in ambienti privati che i fedeli mettevano a disposizione della comunità: le Domus Ecclesiae. Erano case, terme, scuole, che probabilmente non necessitavano di particolari interventi di ristrutturazione per l'uso liturgico. Forse, in una prima fase, quando il numero degli adepti era ancora piuttosto limitato, questi luoghi di riunione potevano anche non essere fissi: di volta in volta i fedeli si riunivano là dove un confratello metteva a disposizione un ambiente adeguato. Con il crescere della comunità, si dovette avvertire l'esigenza di poter disporre di luoghi stabilmente destinati alla sinassi e forse ristrutturati in base alle nuove funzioni.

Queste Domus Ecclesiae erano il punto di incontro delle comunità per le sue diverse esigenze, non solo di culto ma anche di istruzione, di assistenza, di distribuzione dei sacramenti, forse anche di abitazione per il clero. Non conosciamo il loro numero e, nella quasi totale assenza di testimonianze archeologiche, non siamo in grado neppure di definire la loro ripartizione nell'ambito della città, che non poteva non tenere conto delle diverse concentrazioni abitative nei vari quartieri. Certo queste Domus Ecclesiae non intaccavano il tessuto urbano preesistente e dovevano confondersi tra le migliaia di insulae e domus private, abitate anche da pagani.

Anteriormente all'Editto di Milano quindi la presenza Cristiana a Roma seppure consistente dal punto di vista numerico, doveva essere molto poco incisiva sul piano urbanistico/architettonico.

"Un comune visitatore di Roma avrebbe notato i templi degli antichi dei, gli edifici amministrativi, i palazzi, le terme, i teatri, le grandi dimore, avrebbe visitato i quartieri dei ceti medi e, meno volentieri, i bassifondi, ma non si sarebbe accorto delle Domus Ecclesiae o del Trofeo di Gaio, a meno di non essere egli stesso un Cristiano". Così efficacemente scriveva il Krautheimer delineando il profilo di Roma anteriormente al 312.

DOPO L'EDITTO DI MILANO

Con l'Editto di Tolleranza le cose mutarono rapidamente: la pace religiosa del 313 segna una tappa fondamentale nella storia del cristianesimo. La svolta politica impressa da Costantino determinò l'emancipazione del culto cristiano dall'ambiente privato e, per certi versi, nascosto che lo aveva caratterizzato per secoli. La prova per tutti, e soprattutto per i pagani, e nello stesso tempo la conseguenza più evidente della nuova situazione si ebbe nella realizzazione dei primi edifici di culto specializzati con cui Costantino intendeva "lasciare la sua impronta su Roma, trasformando la Capitale in una città cristiana" (Krautheimer). Da questo momento, la comunità cristiana di Roma poté disporre di edifici destinati permanentemente alla celebrazione della liturgia, le chiese.

Con la costruzione della Basilica Salvatoris, la cattedrale di Roma, oggi San Giovanni in Laterano, l'imperatore donò alla città ed al suo vescovo il primo grande edificio destinato ufficialmente alla liturgia cristiana. A questa basilica intitolata al Salvatore, voluta come simbolo della nuova ufficialità della religione cristiana e della vittoria ottenuta contro l'usurpatore Massenzio, Costantino volle legare indissolubilmente il suo nome. La costruzione risale ai primissimi anni dopo l'Editto di Milano. Sorge in una area periferica, alle propaggini del colle Celio, nell'angolo sud-orientale della città, area che aveva conservato il nome della grande proprietà suburbana dei Laterani, espropriata da Nerone, che si era poi venuta a trovare a ridosso delle mura di Aureliano. In essa Settimio Severo aveva fatto costruire una grande caserma per gli Equites Singulares, corpo speciale di guardie a cavallo, destinato alla protezione della persona dell'imperatore.

La zona circostante aveva una destinazione soprattutto residenziale, caratterizzata dalla presenza di molte ricche domus di varie epoche appartenute a famiglie aristocratiche vicine alla corte imperiale, e da qualche impianto termale privato (balnea privata). Nell'area dell'odierno Ospedale San Giovanni si trovavano gli Horti di Domizia Lucilla, la madre di Marco Aurelio; nei pressi anche se la precisa ubicazione non è del tutto sicura, era la domus di Annio Vero; nell'area del complesso lateranense c'era la ricchissima domus detta dei Parti, donata da Settimio Severo a Tito Sextio Laterano. Risulta poi testimoniata in Laterano una domus Faustae in cui si svolse, nel 313, il concilio presieduto da Papa Milziade per giudicare la questione dello scisma donatista, domus che una lunga tradizione ha voluto collegare con la moglie di Costantino, Flavia Maxima Augusta, la quale proprio in occasione del sinodo avrebbe donato l'edificio in tutto o in parte al pontefice come sua residenza. Il ricordo di questo fatto si incontra però nel solo Constitutum Constantini, un famoso falso dell'VIII secolo, mentre manca in tutte le fonti più antiche.

L'inserimento della Basilica Salvatoris non modificò il carattere residenziale della zona: scavi archeologici recenti testimoniano una continuità d'uso di alcune di queste dimore nei secoli dell'alto Medioevo. La costruzione costantiniana non comportò neppure modifiche sostanziali nel tessuto viario preesistente, che faceva capo a due porte delle Mura Aureliane, la Metronia e la Asinaria. L'ubicazione era di certo decentrata, ma come si è visto, assolutamente non penalizzante. Si è voluto scorgere, in questa collocazione marginale della cattedrale di Roma, lontano dal cuore politico ed economico, una intenzione particolare di Costantino, quella di evitare di offendere la sensibilità della popolazione rimasta pagana, e in particolare quella delle classi aristocratiche, del Senato, degli intellettuali ancora legati alle antiche tradizioni religiose.

Il complesso episcopale mantenne nel tempo, sul piano topografico, il suo carattere periferico, fra ricche dimore e giardini, nonostante i programmi urbanistici dei pontefici del V secolo avessero previsto che esso dovesse costituire il polo della nuova Roma. La scelta dell'area fu in realtà determinata dalla possibilità da parte di Costantino di poter disporre rapidamente dell'ampio spazio occupato dai Castra Nova Equitum Singularium. Le caserme delle guardie imperiali, che si erano schierate a fianco di Massenzio e che erano state sciolte all'indomani della disfatta di Ponte Milvio, furono rase al suolo fino a 30 cm dal piano pavimentale e al loro posto fu costruita la chiesa. Il primo grande edificio cristiano fu realizzato quindi a spese di un edificio pubblico: solo la zona absidale occupa una parte di una domus anteriore alla caserma e a questa contigua.

Il complesso era veramente grandioso, per quanto la ricostruzione della planimetria e dell'elevato della fase costantiniana presentino numerosi interrogativi legati ai molti interventi che nel tempo hanno modificato la situazione originaria, fino al totale rinnovamento del Borromini e all'ampliamento della zona presbiteriale effettuato nell'Ottocento.

Costantino dotò la basilica oltre che di un notevole patrimonio fondiario per il suo mantenimento, anche di un ricco corredo di suppellettili, tra cui spiccano un fastigium d'argento splendidamente decorato per l'altare maggiore e sette altari pure d'argento con candelabri dorati di corredo, la cui collocazione nell'ambito della basilica originaria sono ancora oggetto di discussione tra gli studiosi.