BASILICA EMILIA, SACELLO DI VENERE CLOACINA, TEMPIO DI GIANO E LAPIS NIGER

BASILICA AEMILIA

La Basilica Emilia, detta anche Basilica Fulvia o Aemilia et Fulvia, prende il nome dalle famiglie Aemilia e Fulvia che, nelle persone di Marco Emilio Lepido e Marco Fulvio Nobiliore, i censori dell'anno 179 a.C., i quali fecero costruire l'edificio. Sappiamo poi di un restauro nel periodo sillano, nel 78 a.C., da parte del console Marco Emilio Lepido. Quest'ultimo fu un rifacimento famoso, menzionato dalle fonti per l'uso del marmo nelle colonne e per la decorazione sulla facciata verso il foro, consistente in scudi con i ritratti degli antenati degli Aemilii.

Anche il rilievo di età tardo-repubblicana, di cui si vede esposta una parte del calco nell'angolo nord-est, sembra da collegare con il rifacimento di età sillana. Questa decorazione, proveniente dall'architrave della navata centrale, originariamente aveva una lunghezza complessiva di 185 metri ed era tutta realizzata in marmo greco. Vi si osservano scene mitologiche legate alla storia delle origini di Roma, e in particolare alla famiglia Aemilia. Nella parte esposta (l'originale è custodito nell'antiquarium del foro) si vedono scene del ratto delle Sabine e della storia di Tarpeia, uccisa per punizione del suo tradimento schiacciandola sotto gli scudi dei Sabini.

Altri restauri sono documentati nel 34 a.C., nel 14 a.C. e nel 22 d.C. L'ultima fase viene datata dalle monete sul pavimento, fuse a causa di un incendio, probabilmente da collegare con il sacco di Roma del 410 d.C. ad opera dei Goti di Alarico.

Nella Roma pagana il termine "basilica" denotava un edificio a carattere civile, non religioso, dove in caso di pioggia o calura eccessiva si potevano svolgere tutte le attività di varia tipologia (commerciali, politiche, giurisdizionali) normalmente eseguite all'aria aperta nella piazza del foro stesso.

I resti qui ancora visibili mostrano un edificio a quattro navate, una navata centrale più larga e, rispettivamente, due navate minori sul lato nord e una sul lato sud. La navata centrale doveva avere un piano rialzato con grandi finestroni che illuminavano l'ambiente. Verso il lato ovest, sotto una tettoia moderna, si trovano resti della basilica precedente (probabilmente della fase originaria del 179 a.C.), consistenti in muri di fondazione in blocchi di tufo giallo, detto di Grotta Oscura, di cui alcuni con i marchi di cava. E' stato notato che in questa fase la basilica doveva presentare tre navate.

Davanti alla basilica, e continuando una tradizione che precedeva la costruzione di quest'ultima, si trovano i resti di alcune botteghe costruite in blocchi di tufo. Esse testimoniano la ricostruzione di età imperiale delle tabernae novae le quali, come le tabernae veteres nell'altro lato della piazza lungo la basilica Giulia, fiancheggiavano l'edificio. Secondo una tradizione riportata da Tito Livio, era dal Tempo di Tarquinio Prisco (date tradizionali 616 - 578 a.C.) che i terreni intorno al foro erano stati divisi per costruirvi botteghe e portici: dapprima vi sarebbero state per lo più botteghe di alimentari e in particolare di macellai, i quali furono in seguito allontanati da questa zona di riguardo, sostituiti da negozi di banchieri probabilmente nella seconda metà del secolo IV a.C.

Prospiciente la piazza vi era, almeno in età augustea, un portico di cui si vedono oggi tre colonne in granito verso l'angolo orientale (rialzate in età moderna ma pertinenti alla sistemazione della prima metà del V secolo d.C.). Sappiamo che qui si trovava la Porticus Gai et Luci, eretta in onore dei due nipoti adottivi di Augusto, in quanto eredi designati dall'imperatore. Accanto all'angolo destro della basilica restano frammenti della iscrizione dedicatoria.

SACELLO DI VENERE CLOACINA

Nel punto dove la cloaca maxima entrava nella piana del foro sorgeva il sacello di Venere Cloacina, chiamata così perché Tito Tazio avrebbe trovato il simulacro della dea nella cloaca. IN realtà, sembra che l'appellativo vada collegato al verbo latino cluere = purificare, così che cloaca dovrebbe significare "il canale che purifica". Plinio il Vecchio racconta che i Romani e i Sabini, in guerra a causa del ratto delle Sabine, deposero in questo punto le armi e si purificarono con i rami del mirto (pianta sacra a Venere) che vi cresceva, concludendo infine la pace.

Il luogo del sacello è anche famoso per un episodio datato all'inizio della repubblica, descritto da Livio: la vergine Virginia sarebbe stata qui uccisa dal padre, pur di sottrarla alle brame illecite del decemviro Appio Claudio.

Ciò che vediamo oggi è soltanto il basamento datato ad età imperiale, ma conosciamo la forma originaria, raffigurata sulla moneta di L. Mussidius Longus, di un piccolo sacello all'aria aperta, con la statua di culto all'interno di un recinto bronzeo.

TEMPIO DI GIANO

Giano, il dio bifronte, fu oggetto di un culto antichissimo collegato alle porte, agli inizi e ai passaggi. Il suo tempio, detto Ianus Geminus, aveva la forma di un sacello con una doppia porta, chiusa in tempo di pace, aperta in tempo di guerra. La porta aperta serviva infatti ad accogliere l'armata di ritorno dopo una guerra.

Alcuni identificano il tempio di Giano nella piccola costruzione oggi visibile tra la Basilica Aemilia e la Curia. Sappiamo da una descrizione di Procopio, confermata da monete neroniane, che il tempio era tutto di bronzo, e quindi riteniamo che ciò che si vede sia soltanto in nucleo interno corrispondente ad un rifacimento dei secoli IV-V d.C.

LAPIS NIGER

Questo piccolo luogo sacro prende il nome dal lastricato in basalto, tuttora visibile, con il quale esso fu ricoperto in età sillana. Sappiamo che si riteneva questo santuario antichissimo come il luogo della salita al cielo di Romolo, oppure come il sito della tomba di Faustolo o di Osto Ostilio, il nonno del terzo re di Roma Tullo Ostilio. Il collegamento con Romolo si spiega con il suo ruolo come fondatore di Roma: secondo una usanza tipicamente greca l'eroe fondatore della città ha la sua tomba o heroon nella agorà, la piazza centrale della città. IL santuario stesso si trova quindi sotto la pavimentazione in basalto ma originariamente doveva essere a cielo aperto. Si è potuto accertare che il primo impianto risale al secondo quarto del VI secolo a.C. Di questa fase arcaica si conserva un cippo di forma trapezoidale con una legge iscritta in ductus bustrofedico sulle quattro facce. Il testo oggi è mutilo ed inizia con una formula di maledizione contro chi osi violare il luogo sacro e il suo altare.