INTRODUZIONE AI MUSEI VATICANI DI ANTONIO PAOLUCCI

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C'è una cosa che sorprende chi entra per la prima volta nei Musei Vaticani, specie se provenienti da Paesi lontani e da culture diverse dalla nostra. Mi riferisco alla "laicità" delle opere esposte. Sono i Musei rappresentativi di una grande religione potente e diramata, egemone in molte parti del nostro pianeta, significano la storia e glorificano la missione della Chiesa Romana Cattolica, una istituzione che direttamente o indirettamente ha giocato un ruolo di primissimo piano nella formazione della identità culturale ed etica nel mondo. Eppure, non c'è niente di "ecclesiastico" e clericale nei tesori d'arte accumulati dai Papi attraverso molti secoli. Ci sono più uomini e donne nudi nei Musei Vaticani che in qualsiasi altro museo al mondo, dicevo ai miei studenti introducendo all'Università il corso di museografia. Volevo con questa asserzione indicare il carattere del tutto aconfessionale di quelle storiche collezioni. Uno pensa ai Musei Vaticani come ai musei identitari della Chiesa di Roma, documento e specchio di una istituzione religiosa che proclama la sua Verità da venti secoli e perciò li immagina gremiti di opere d'arte che parlano di dogmi e catechesi, di ascetica e teologia. Niente di tutto questo.

Certo, quei temi concettuali e dottrinali esistono, sono ben presenti nelle immagini e chiunque può intenderne il messaggio, ma chi entra nei Musei del Papa è piuttosto colpito da altre cose: dalla Laocoonte e dalla Venus Pudica, dall'Apollo del Belvedere e dal Perseo Vittorioso di Antonio Canova, dall'Arianna che piaceva a De Chirico e a Picasso, dall'Ercole in bronzo dorato e dai mosaici coi pugili nudi che provengono dalle Terme di Caracalla, dallo zoo di pietra che Pio VI volle allestire nel nucleo delle sue collezioni per celebrare insieme la nostalgia dell'Antico e l'eleganza, la grazia, la ferocia della natura selvaggia. Il visitatore rimane sorpreso dall'Italia che un energico papa della Controriforma, Gregorio XIII, ha dispiegato in un prodigio di azzurro e di verde, sulle pareti della Galleria delle Carte Geografiche; oppure dalla cifra esotica e misteriosofica che il Pinturicchio, un pittore innamorato della Domus Aurea di Nerone, ha regalato a papa Alessandro VI Borgia nell'appartamento che porta il suo nome. Ancora, come non rimanere affascinati dal tenero erotismo, in bilico fra Metastasio e il giovane Goethe, che vive nel Gabinetto delle Maschere?

Ci si accorge subito, entrando nei Musei Vaticani, che ci sono intere sezioni che nulla hanno a che fare con la storia e la cultura cristiana: il Gregoriano Egizio, il Gregoriano Etrusco, interi comparti del Museo Etnografico. Anche là dove è protagonista ed è con ogni evidenza proclamato il messaggio religioso, le forme dell'arte dominano e comunicano al visitatore il contenuto stesso, nel senso che lo fanno proprio, lo esaltano, lo rendono chiaro e seducente per pura forza di stile. Voglio dire che la Cappella Sistina è Michelangelo, è Botticelli, è Perugino, ed è, insieme, la più completa rappresentazione della dottrina romano-cattolica che mai sia stata messa in figura. Le Stanze di Raffaello sono un capolavoro assoluto di antropologia cristiana (la Segnatura) e di celebrazione, nelle vicende della Chiesa, della provvidenzialità della storia (le stanze di Eliodoro, dell'Incendio di Borgo, di Costantino), ma tutto ciò lo si intende perché c'è Raffaello, perché la Liberazione di Raffaello è già Tiziano prima di Tiziano, e anticipa Rembrandt e Goya, perché in quegli affreschi sublimi scorre la grande arte d'Italia e d'Europa: Poussin e Guido Reni, Velàzquez e Rubens, Pietro da Cortona e Ingres.

Bisogna entrare nei Musei Vaticani guidati da queste riflessioni e allora, percorrendo chilometri di sale e gallerie, sostando di fronte alle migliaia di opere esposte, si capirà l'essenziale. Si capirà cioè come i Musei Vaticani rappresentino il capolavoro culturale e in certo senso politico della Chiesa di Roma la quale ha voluto, laicamente e genialmente, documentare l'umana espressione artistica in tutte le epoche, di tutte le culture. Nella convinzione che l'uomo artista, si tratti di Michelangelo nella volta della Sistina, di Bacon o di Burri nel Dipartimento dell'Arte Moderna e Contemporanea, dell'anonimo nativo americano produttore di armi cerimoniali e di amuleti, è l'unica metafora in grado di reggere il confronto con Dio Creatore.

(Antonio Paolucci)

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