TEMPIO DI VESPASIANO, MUNDUS E UMBILICUS URBIS, PORTICO DEGLI DEI CONSENTI, TEMPIO DI SATURNO

TEMPIO DI VESPASIANO

Il tempio di Vespasiano (69 - 79 d.C.) fu dedicato all'imperatore divinizzato, dopo la sua morte. In base a recenti ricerche si è potuto accertare che la costruzione, iniziata dopo la divinizzazione ufficiale dell'imperatore (decretata dal Senato alla fine del 79 o forse inizio dell'80 d.C.), risulta conclusa nell'86 d.C., quando il tempio viene menzionato per la prima volta.

L'identificazione del tempio, anche se per lungo tempo si è parlato di Tempio di Giove Tonante, era stata resa possibile dagli scritti lasciati da un pellegrino dell'VIII secolo, l'Anonimo di Einsiedeln, il quale trascrisse l'iscrizione di dedica sull'architrave, quando il tempio era ancora in buono stato.

Del tempio restano oggi solo 3 colonne dell'angolo nord-ovest, con capitelli corinzi, le quali facevano parte del pronao. Il tempio doveva avere 6 colonne sulla fronte e due sui lati lunghi. Il podio si estende verso il Campidoglio, fin sotto la mole del Tabularium, sede dell'archivio della Roma repubblicana. Possiamo notare che la costruzione del tempio mise fuori uso uno degli ingressi del Tabularium.

Sull'architrave si osserva la decorazione del fregio, con una serie di strumenti sacrificali ed attributi sacerdotali, inquadrati da bucrani. Troviamo da sinistra a destra: un urceus (oinochoe o brocca, che conteneva il vino), un culter (coltello) per i sacrifici cruenti, l'aspergillum (aspersorio) usato per spargere l'acqua lustrale, poi una patera ombelicata per le libagioni, e una securis (scure). Poi abbiamo un malleus (martello) ed infine un galerus, copricapo a punta tipico dei sacerdoti dell'ordine dei Flamines.

PORTICO DEGLI DEI CONSENTI

Il portico degli Dèi Consenti è una denominazione moderna per i resti portati alla luce negli anni 1833-1834 ai piedi del Campidoglio. Varrone ci parla delle statue dorate delle dodici divinità supreme, sei femminili e sei maschili, le quali rappresentavano forse una versione romana del gruppo di 12 divinità del mondo greco, detto dodekatheon. Nel contesto della seconda guerra punica (218 - 202 a.C.), sotto la minaccia di Annibale, Livio attesta che i Romani eseguirono un rituale in onore di dodici divinità, detto lectisternium: veniva allestito un banchetto davanti ai simulacri degli dèi consentes, posti in coppie su cuscini. Si trattava di: Giove e Giunone, Nettuno e Minerva, Marte e Venere, Apollo e Diana, Vulcano e Vesta, infine Mercurio e Cerere.

Sull'architrave del portico si vede un'iscrizione che attesta un restauro fatto eseguire da Vettio Agorio Pretestato, di cui sappiamo che era prefetto della città di Roma nel 367 d.C.

In fondo vediamo una fila di cinque ambienti in laterizio che seguono il Clivo Capitolino, i quali con i seguenti altri tre, addossati al Tabularium, formano un angolo ottuso. Davanti ad essi si trova il portico, composto di 12 colonne con capitelli corinzi con decorazione figurata (trofei d'armi contornati da rosette). Oggi cinque di essi, come anche i pilastri angolari di sostegno all'architrave, sono di restauro in travertino. Il portico a sua volta poggia su un'altra serie di sette ambienti, disposti con l'entrata verso il tempio di Vespasiano.

MILIARIUM AUREUM E UMBILICUS URBIS

L'imperatore Augusto eresse il miliarium aureum intorno al 20 a.C., mentre rivestiva la carica della cura viarum. Il monumento va interpretato come punto di convergenza ideale delle strade, perché come afferma Plutarco, "in esso tutte le vie che attraversano l'Italia hanno termine". Sembra da scartare l'idea che il miliario recasse i nomi e le distanze delle principali città dell'Impero da Roma, perché sappiamo che le distanze venivano calcolate dalle porte della cinta muraria detta Serviana.

Generalmente si presume in base al nome di miliario d'oro, che esso avesse forma di una colonna marmorea rivestita di bronzo dorato. Osserviamo numerosi incassi rettangolari nel rocchio di colonna marmorea superstite, indicati di solito come gli alloggiamenti dei perni per il rivestimento in bronzo.

Il termine Umbilicus Urbis appare in epoca tarda e designa un luogo connesso alla dimensione ultraterrena ed originariamente chiamato Mundus. Secondo una versione riportata da Plutarco si trattava del solco primigenio, la fossa circolare scavata da Romolo che doveva costituire il centro geometrico della futura città. Dobbiamo immaginarci una specie di pozzo o cavità profonda, che costituiva un ideale collegamento con il mondo degli inferi. Il Mundus è stato infatti identificato anche come sacello sacro a Dite e Proserpina, divinità infere. La parte superiore del monumento, non sotterranea, almeno dal II secolo a.C. doveva avere la forma di un tempietto circolare. Restano ancora alcuni frammenti dell'ultimo quarto del II secolo a.C., sparsi nelle vicinanze o reimpiegati nel rifacimento di età severiana.

ROSTRI

I Rostri costituivano il nome della tribuna dalla quale parlavano i magistrati, dove venivano pronunciate le laudationes funebri e dove erano collocate le statue di personaggi onorati pubblicamente, come la statua di Silla e quella equestre di Ottaviano. Essi prendono nome dagli speroni delle navi da guerra, conquistati nel 338 a.C. agli Anziati da Gaius Maenius, il quale li fissò sulla tribuna oratoria. Conosciamo diversi Rostri, di cui quelli nel Comizio costituiscono i primi della serie. Cesare nel 45 - 44 a.C. costruì una nuova tribuna oratoria, spostandola verso il foro. E' l'emiciclo in opus caementicium visibile a sud dell'Arco di Settimio Severo, accanto all'umbilicus urbis. Esso ha una gradinata in travertino ed è rivestito di marmo sulla fronte verso il foro.

Augusto costruì un ampliamento a questa tribuna nel 9 a.C.: è la tribuna con facciata rettilinea che vediamo chiudere tutto il lato occidentale del foro. L'alzato è per gran parte di restauro moderno, mentre nella parte inferiore i blocchi di tufo sono originali. Tra le due strutture menzionate vi sono dei pilastri di mattoni che dovevano sorreggere la piattaforma della tribuna stessa. Un ulteriore prolungamento è da scorgere nella parte settentrionale, verso l'arco di Settimio Severo, prolungamento detto Rostra Vandalica. Il nome moderno prende spunto dall'epigrafe posta nei pressi che menziona un Ulpio Giunio Valentino, prefetto della città nel 470 d.C. circa, che avrebbe riportato una vittoria sui Vandali.

TEMPIO DI SATURNO

Ai piedi del Campidoglio, un tempo sede secondo la leggenda del regno di Saturno, si trova il tempio omonimo iniziato in età regia ed inaugurato nel 496 a.C. All'interno del podio, visibile ancora oggi, alcune strutture sono da riferire a questa prima fase arcaica: si tratta di corsi di blocchi di cappellaccio in opera quadrata.

I resti dell'alzato oggi visibili sono da riferire ad un rifacimento di età tardo-antica (360 - 380 d.C.) nel quadro della rinascita pagana del IV secolo.

Prerogativa importantissima del tempio era quella di contenere una cella segreta contenente l'Erarium Publicum ovvero il tesoro di stato frutto dei bottini e della imposizione fiscale, ed una tabella affissa sul lato orientale del podio dove erano pubblicati documenti, leggi e editti del Senato.