BASILICA DI MASSENZIO E COSTANTINO, TEMPIO DI VENERE E ROMA, ARCO DI TITO

BASILICA DI MASSENZIO O COSTANTINIANA

E' uno dei più insigni monumenti del Foro Romano, voluto e iniziato da Massenzio e terminato da Costantino, dal quale prese poi il nome; anzi gli autori antichi la ricordano tutti come Basilica Constantiniana, mentre solo Aurelio Vittore ci informa correttamente che essa fu iniziata da Massenzio a partire dal 306 d.C. e terminata da Costantino.

Il luogo era stato in precedenza occupato dai magazzini delle spezie ovvero gli Horrea Piperataria, costruiti da Domiziano nel 94 d.C., sotto il consolato di Asprenas e Clemens. Cassio Dione ci informa che i magazzini bruciarono nell'incendio di Commodo insieme al Templum Pacis e furono ricostruiti dai Severi. Ma furono definitivamente abbandonati dopo l'incendio di Carino nel 283 d.C. Poco dopo, nel 306 d.C., su di essi si impianterà la colossale Basilica Nova. Probabilmente il ruolo di questo edificio doveva essere quello di sede della attività del Praefectus Urbi, che a partire dal IV secolo d.C. concentrerà nelle sue mani gran parte delle funzioni giudiziarie e amministrative della città. L'edificio ebbe vita lunga perché subì numerosi restauri e riadattamenti, il più importante dei quali è da attribuirsi proprio a Costantino, che ruotò l'asse della basilica, creando un ingresso monumentale con portico colonnato affacciato sulla via Sacra.

Nel 1487 furono trovati all'interno dell'abside occidentale i frammenti (la testa, una mano, un piede ed un ginocchio) della statua di Costantino che ora si trovano nel cortile di Palazzo dei Conservatori in Campidoglio. Nel 1613 papa Paolo V pose una delle colossali colonne della navata centrale (alta 14,5 metri) nella piazza di Santa Maria Maggiore, dove ancora si trova e su cui è posta una statua della Vergine Maria.

L'edifico misura 100 x 65 mt., attualmente si entra dall'angolo sud-est e dall'interno si possono ammirare le grandiose volte cassettonate (altezza mt. 25) che coprivano la navata nord; le altre navate crollarono nel terremoto dell'847.

L'architettura dell'aula basilicale centrale è ispirata ai frigidaria delle terme di Caracalla e di Diocleziano. Infatti, essa era coperta da tre volte a crociera alte 35 metri, poggianti su 8 colonne di marmo proconnesio. Il pavimento era composto da grandi rotae porfiretiche con tarsie di giallo antico, cipollino, serpentino.

Molto interessante l'abside conservata sul lato nord: essa presenta due serie di 8 nicchie sovrapposte, inquadrate da colonne su mensole sostenenti timpani. Al centro dell'abside si riconosce un podio che potrebbe essere identificato con il tribunal dove veniva amministrata la giustizia.

TEMPIO DI VENERE E ROMA

Il tempio di Venere e Roma fu edificato da Adriano per onorare Venere, la dea capostipite della gens Iulia, e Roma, personificata come divinità. Per costruire il tempio si dovette demolire una parte del vestibolo della domus aurea di Nerone, il cui colosso bronzeo, alto 35 metri, fu spostato a fianco dell'anfiteatro Flavio. Lo spostamento della statua avvenne all'inizio della costruzione del tempio e fu un'opera poderosa: l'architetto Decrianus la fece trainare in posizione verticale utilizzando 24 elefanti. Il tempio fu votato nel 121 d.C. ma fu terminato data la complessità dei lavori solo dopo la morte di Adriano, da parte del successore Antonino Pio intorno al 140 d.C. L'originale pianta con le due celle cultuali accostate per le absidi, si deve ad Adriano in persona; nel 176 fu collocato un altare nella cella dedicata a Venere, dove tutte le giovani coppie spostate da poco potevano andare a sacrificare alla dea dell'amore.

Il tempio bruciò nell'incendio del 283 e fu ricostruito da Massenzio che fece sostituire le capriate dei tetti delle celle con le volte a botte a cassettoni romboidali ancora oggi visibili. Nell'VIII secolo fu insediata all'interno della cella della dea Roma una chiesa dedicata ai SS. Pietro e Paolo, consacrata successivamente a Santa Maria Nova e nel XV secolo a Santa Francesca Romana. Attualmente è ben visibile dal lato del Colosseo solo la cella di Venere, preceduta da un pronao con dieci colonne di granito grigio mentre sui lati lunghi si sviluppava una coppia di portici di ben 44 colonne per lato. La parte del tempio rivolta verso l'anfiteatro Flavio era sostenuta da una sostruzione in opera cementizia cava, con ambienti al suo interno forse destinati ad attività commerciali.

ARCO DI TITO

L'arco monofornice sito alle pendici orientali del Palatino presenta un'iscrizione su lato verso il Colosseo che riporta: "Senatus Populusque Romanus divo Tito divi Vespasiano filio Vespasiano Augusto". Vi si riconosce pertanto l'arco onorario dedicato alla memoria di Tito dopo la sua morte nell'81 d.C. Nei Cataloghi Regionarii del IV secolo d.C. l'arco non è menzionato; solo nel IX secolo con l'Itinerario di Einsiedeln esso è citato come Arcus Titi et Vespasiani, o Arcus Septem Lucernarum, come veniva definito nel Medioevo a causa della presenza del candelabro a sette bracci nel rilievo del fornice centrale. L'arco fu probabilmente eretto da Domiziano tra l'82 ed il 90 d.C., per celebrare l'apoteosi del fratello; non può infatti essere definito un arco trionfale poiché l'iscrizione ricorda solo l'avvenuta divinizzazione dell'imperatore e non fa riferimento diretto a vittorie militari.

Una suggestiva ipotesi vuole che per un certo periodo l'arco fosse stato la tomba di Tito, fino almeno al 94 d.C., anno in cui Domiziano terminò il mausoleo di famiglia sul Quirinale, il Templum Gentis Flaviae, e vi trasferì le ceneri del fratello.

Nel Medioevo l'arco fu incorporato nella fortezza dei Frangipane e restaurato, molto pesantemente, dagli architetti Stern e Valadier negli anni dal 1817 al 1824, per volere di papa Pio VII. Essi integrarono le parti mancanti con il travertino e alterarono la parte superiore, al punto che ad oggi esistono dubbi sulla altezza effettiva dell'arco e la reale forma dell'attico.

L'arco presenta fondazioni in scaglie di basalto e travertino scoperte sul lato verso il foro, poiché il livello della Via Sacra su cui spiccava era più alto dell'attuale. Si presenta come un fornice unico, in opera quadrata di marmo pentelico fino ai capitelli e lunense nella parte più alta. Nella volta troviamo un elaborato soffitto a cassettoni quadrati con al centro la rappresentazione della apoteosi di Tito, che ascende al cielo a cavallo di un'aquila.

I rilievi del fornice (mt. 4 x 2) rappresentano episodi del trionfo che Tito celebrò dopo la guerra giudaica e la conquista di Gerusalemme: nel rilievo sud osserviamo l'ingresso dell'esercito in Roma dalla porta Triumphalis con il ricco bottino del Tempio di Salomone (vi si riconosce la menorah ovvero il candelabro a sette bracci, la tavola con i vasi sacri e le trombe d'argento); in quello nord vediamo Tito sulla quadriga guidata dalla dea Roma e scortato dal Genio del Popolo Romano. Un fregio più piccolo corre sulla trabeazione dell'arco: esso rappresenta in miniatura l'intera processione che accompagnò il trionfo, con animali, soldati, sacerdoti e lettighe con rappresentazioni di città, fiumi, laghi e territori conquistati dai Romani. Infine, sugli archivolti sono rappresentate Vittorie su globi terrestri simboleggianti il potere universale di Roma.