FULLONICA DI VIA DEGLI AUGUSTALI

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I "fullones", ovvero "coloro che lavano i tessuti," svolgevano nell'antica Ostia un'attività commerciale molto redditizia, tanto che l'imperatore Vespasiano aveva imposto una tassa sull'urina umana.

La "follatura" era un procedimento meccanico che conferiva compattezza, leggerezza e morbidezza a tessuti di lana o a feltri. Spesso erano gli schiavi a preparare tessuti di lana o di lino per le tinture, oltre ad occuparsi, successivamente, della loro pulitura. Si trattava di un lavoro estremamente faticoso ed usurante, svolto in ambienti umidi e maleodoranti con le gambe immerse per ore in vasche piene di acqua ed urina; è documentato che la vita media di uno schiavo addetto a questo genere di lavoro non superasse i 25 anni.

Lo schiavo stava con i piedi nel contenitore riempito di acqua e di una mistura di urina e sostanze chimiche alcaline, pestava il tessuto, lo sfregava e, infine, lo strizzava.

Lo scopo di questo trattamento era quello di applicare gli agenti chimici al tessuto così che potessero agire separando le sostanze unte e grasse.Dopo che i vestiti erano stati trattati con le sostanze chimiche, la sporcizia risultante doveva essere lavata via. Questo avveniva con acqua fresca in un complesso di grandi vasche che spesso erano collegate con le forniture idriche urbane.

Il tipico impianto per il risciacquo consisteva in tre o quattro vasche collegate tra loro: l'acqua fresca entrava da un lato dell'impianto e usciva dall'altro, grazie ad una leggera pendenza.

I vestiti seguivano la direzione opposta all'acqua e andavano dall'acqua più sporca a quella più pulita.

L'ultima fase dell'intero processo consisteva in vari trattamenti. Il tessuto veniva spazzolato con un cardo, veniva poi appeso su una struttura a cesto, chiamata viminea cavea. I fullones aggiungevano zolfo ai vestiti bianchi per mantenerne il colore; i vestiti venivano poi riposti in presse a vite per eliminare l'acqua in eccesso.

Gli impresari delle fulloniche avevano la responsabilità legale dei vestiti che lavavano. Essi erano soggetti a sanzioni se ridavano vestiti sbagliati o danneggiati. Inoltre, i vestiti, una volta lavati erano considerati svalutati (sappiamo che l'imperatore Elagabalus non voleva neppure toccare la biancheria già lavata perché tale panno era considerato di valore inferiore). Tuttavia, la professione del fullo godeva di una certa reputazione tanto che i fullones ad Ostia crearono una propria corporazione, chiamata Corpus Fontanorum.

Ad Ostia sono stati ritrovati tre grandi laboratori di follatura. Il meglio conservato è la grande fullonica della Via degli Augustali, risalente al II secolo d.C. All'interno dell'edificio sono visibili ancora oggi doli tagliati a metà e cementati nella pavimentazione in cocciopesto, fra bassi muretti dove lo schiavo si doveva appoggiare con le mani, stando con i piedi nel dolio, per praticare per ore l'estenuante "saltus fullonicus" per la pigiatura del tessuto. Nella parte centrale si trovano vasche ampie e profonde dove le stoffe venivano risciacquate. I bordi delle vasche sono arrotondati così da potervi trascinare sopra le stoffe bagnate e pesanti senza provocare danni. Nei pilastri che sorreggono il tetto dell'edificio sono visibili gli incassi di travertino dove erano agganciate le travi di legno sulle quali si stendevano gli abiti ad asciugare.

Insieme alle operazioni di lavaggio e sgrassatura delle stoffe, per alcuni committenti si praticava anche la tintura, che consisteva nell'immergere i tessuti, una volta lavati, in vasche dove venivano intrisi di colore, poi nuovamente lavati, battuti e messi ad asciugare.