LO SVILUPPO DEL FORO ROMANO DALLE ORIGINI AD AUGUSTO

"Qui, dove ora sono i fori, un tempo erano solo stagni fangosi / il cui spazio era pieno del fiume straripato. / Quel Lago Curzio, che ora è solida terra e sostiene / gli altari asciutti, un tempo altro non era che un lago. / Allora il Velabro, per dove oggi sogliono condurre le pompe trionfali al Circo, altro non era che salici e vuote canne" (Ovidio, Fasti, VI, 401-406).

Come traspare dalle parole di Ovidio, la tradizione romana ha conservato lucidamente il ricordo della natura originariamente paludosa della valle del foro romano, una depressione situata fra il Campidoglio a Nord-Ovest e il Palatino a Sud-Est, percorsa da uno dei tanti fiumicelli che si gettavano nel Tevere e che la rendevano malsana, il Velabro. Proprio per questo suo carattere poco adatto all'insediamento umano la pianura fu utilizzata fra il X e il IX secolo a.C. come area sepolcrale in rapporto con uno dei nuclei abitati posti sulle alture che circondavano la valle (Palatino, Velia, Campidoglio), dalla cui unificazione nella prima metà del secolo VIII prese forma la città di Roma.

La tradizionale data di fondazione della città, 753 a.C., coincide infatti quasi esattamente con il sinecismo dei villaggi, testimoniato concretamente sul piano archeologico dall'abbandono dei diversi nuclei sepolcrali e dalla creazione della grande necropoli dell'Esquilino, mentre il sepolcreto del foro romano verrà utilizzato solo per le deposizioni dei membri non adulti della collettività, che potevano essere sepolti anche dentro l'abitato, finché, verso la fine del VII secolo, anche questo uso andrà perso.

Il primo passo per rendere possibile un'occupazione stabile della valle del foro romano fu la canalizzazione del Velabro, ottenuta mediante la costruzione della Cloaca Maxima, opera grandiosa che la tradizione attribuisce al primo re della dinastia etrusca, Tarquinio Prisco. Ancora una volta, la coincidenza tra i dati offerti dalle fonti letterarie e quelli ricavabili dalla documentazione archeologica si rivela pressoché perfetta, giacché la prima pavimentazione in terra battuta del foro romano si data proprio intorno al 600 a.C. A partire da questo periodo l'area, costituita a centro della vita politica, verrà progressivamente occupata da edifici connessi con le attività politiche, religiose e di mercato, ma anche da statue onorarie e da altri monumenti commemorativi, simboli imperituri delle grandi imprese militari e politiche della storia romana e che contribuirono a fare del foro romano il luogo per eccellenza della memoria collettiva.

Alle due estremità della grande piazza lasciata libera furono costruiti quasi contemporaneamente la Regia, ossia la residenza del Rex, e il primo Comizio, la più antica sede della attività istituzionale della città nata dal sinecismo romuleo, ma del quale scarsissime vestigia sopravvissero alle modificazioni del periodo di Cesare e di Augusto. Gli scavi stratigrafici compiuti nell'area del Comizio, che occupava l'angolo settentrionale del foro, ai piedi dell'Arx del Campidoglio, hanno accertato l'esistenza di otto livelli sovrapposti, corrispondenti ad altrettante pavimentazioni e fasi cronologiche.

Coevo al secondo pavimento del Comizio, databile all'incirca al 570 a.C. e dunque riferibile alla piena età regia, è un complesso monumentale arcaico costituito da un altare a tre ante, una base di colonna ed un cippo recante un regolamento sacro, redatto in latino arcaico. Si tratta del Lapis Niger, che si ritiene essere centro di un antichissimo culto di Vulcano, presso il quale Romolo morì e che pertanto divenne un luogo funesto, segnalato a partire dall'età di Silla da una pavimentazione in basalto delimitata da una transenna (da cui il nome di Lapis Niger), risparmiato dalle successive pavimentazioni del Comizio.

La Regia fu invece costruita nell'area alle spalle degli attuali resti del Tempio del Divo Giulio. Al di sotto dell'edificio ora visibile e il cui originale impianto risale forse agli ultimi anni della monarchia etrusca (520 a.C. circa) è stato possibile osservare i resti di una serie di costruzioni succedutesi tra l'VIII e la metà del VI secolo. Un antico nucleo di capanne risulta infatti essere stato demolito per far posto a un edificio di maggiori dimensioni, al quale si riferiscono le scarse testimonianze di rifacimenti successivi. Grazie al rinvenimento di un frammento di vaso di bucchero della metà del VI secolo, recante incisa la parola "rex", è stato possibile identificare con assoluta certezza questo edificio con la Regia, la cui costruzione era riferita dalle fonti letterarie a Numa Pompilio. Alla residenza del secondo re di Roma si sarebbero poi affiancate, procedendo verso Est, lungo la Via Sacra, le dimore private di alcuni dei suoi successori. Sembra però che la casa del "rex" primitivo rappresentasse soltanto una parte di un complesso architettonico più vasto, comprendente la casa delle Vestali e quella del Rex Sacrorum (che in età repubblicana erediterà alcune delle funzioni religiose esercitate dal sovrano), e accostabile per planimetria e funzioni alle residenze etrusche note per esempio a Murlo (presso Siena) e ad Acquarossa (presso Viterbo), ove gli ambienti residenziali sono intimamente associati a spazi riservati al culto.

Dopo la cacciata dei re nel 509 a.C., una particolare attenzione fu rivolta alla costruzione di edifici connessi con gli istituti della neonata Repubblica: i Rostri, vale a dire la tribuna dalla quale parlavano i magistrati e che assumerà questo nome soltanto dopo il 338 a.C., quando vi vennero affissi i rostri delle navi di Anzio; il Tempio di Saturno, provvisto di un grande avancorpo e di una cella segreta funzionante come sede dell'Erarium Publicum, e il Tempio dei Dioscuri, dedicato a Castore e Polluce, la cui apparizione presso la fonte di Giuturna aveva annunciato la vittoria dei Romani nella battaglia del Lago Regillo (499 a.C.) contro la Lega Latina che sosteneva Tarquinio il Superbo nel suo tentativo di riconquistare la città.

A partire dalla fine del IV secolo a.C. l'area libera da edifici del foro romano iniziò ad essere popolata da statue onorarie di bronzo, come quelle di Lucio Furio Camillo e di Gaio Menio che nel 338 a.C. avevano sconfitto la Lega Latina ad Anzio, o da colonne onorarie, tutti monumenti vòlti alla esaltazione delle glorie militari della Repubblica.

Intorno alla metà del II secolo a.C. la presenza delle statue e delle colonne onorarie di coloro che avevano rivestito magistrature e cariche pubbliche era diventata così invasiva che i censori del 158 a.C., Publio Cornelio Scipione e Marco Popilio, le fecero rimuovere tutte, risparmiando soltanto quelle che erano state votate direttamente dal Senato (Plinio, Nat. Hist. XXXIV, 30). Ma le sculture celebrative che nell'età medio-repubblicana adornarono la piazza del foro romano e che purtroppo non sono giunte fino a noi, non trascurarono neppure le grandi vittorie politiche plebee. Nel 294 a.C. Quinto Marcio Censorino, il primo plebeo a rivestire la censura, collocò nell'area del foro una statua di Marsia ove il sileno con i piedi ancora stretti dalle catene, ma ritratto in un movimento liberatorio, allude alla abolizione della schiavitù per debito, una grande conquista della plebe negli anni finali del IV secolo a.C.

Nel corso del III secolo a.C. l'intervento edilizio di maggiore rilevanza che interessò l'area forense è rappresentato però dalla edificazione del Macellum (mercato della carne) a Nord della piazza del foro, nello spazio in cui alcuni secoli più tardi l'Imperatore Vespasiano costruirà il Templum Pacis. La costruzione di un edificio dedicato alle attività commerciali e la progressiva sostituzione delle botteghe dei macellai con quelle dei cambiavalute segnano una svolta irreversibile nella concezione dello spazio forense. Un ulteriore progresso nella razionalizzazione delle funzioni e degli spazi pubblici verrà compiuto nel corso del II secolo a.C. con la costruzione delle basiliche civili, che introducono un modello edilizio nuovo destinato a diventare uno degli elementi più caratteristici del paesaggio urbano nel mondo romano, mentre le opere di età sillana, nell'area della Curia e delle pendici del Campidoglio, arricchiranno il lato occidentale della piazza con una straordinaria quinta architettonica, la splendida facciata del Tabularium, l'edificio destinato a ospitare l'archivio pubblico dello stato repubblicano.

Nell'età di Cesare l'antica piazza del foro romano subì interventi radicali nella zona del Comizio, con la demolizione della antica Curia Ostilia e con la costruzione della Curia Iulia; quest'ultima, portata a termine da Augusto, venne a costituire una appendice monumentale del nuovo foro romano.

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